FUGGIRE LA MONDANITÀ: IL PROGETTO DI FRANCESCO DI PAOLA

«Santo Padre, […] quali sono le criticità della Chiesa di oggi?», «[…] oggi il male della Chiesa più grande, più grande è la mondanità spirituale, una Chiesa mondana. Un grande teologo, De Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che può accadere alla Chiesa, peggio ancora che il male dei papi libertini […]»

Sono queste soltanto alcune battute della lunga intervista che Papa Francesco ha concesso al giornalista Fabio Fazio, durante la trasmissione “Che tempo che fa” andata in onda il 6 febbraio scorso. Una lunga intervista che ha toccato svariati temi e che non poteva ignorare l’interrogativo sul volto della Chiesa del futuro e sui mali di quella del presente. 

Ogni corpo vivente deve fare i conti con la sofferenza e talvolta con alcuni mali che mettono seriamente in discussione il suo crescere e persistere nella storia attuale. Questo è il caso della Chiesa, che come corpo vivente di Cristoè chiamata a fronteggiare i tanti mali che vorrebbero vederla esanime o, peggio ancora, priva di fede e di significato. 

Come bene ha evidenziato Papa Francesco, uno dei mali più crudeli che possa affliggere la Chiesa è la mondanità, ovvero il piegarsi allo spirito del mondo, il cambiare la propria mentalità passando da quella evangelica a quella in cui il Vangelo è scandalo e ribrezzo, quasi idiozia oppure facile nascondiglio dove coltivare i propri interessi. 

Vivere da mondani vuol dire adattarsi alla rilassatezza del mondo; adattarsi a quel mondo in cui i principi e i valori di una fede autentica, fondata e alimentata da Cristo, vengono visti come superati dall’evolversi dei tempi, privi di contenuto, da vivere nel privato, da combattere perché ostacoli ad una piena realizzazione dell’uomo o al raggiungimento di una vita felice. Vivere da mondano vuol dire non “militare più per il re celeste” (III Regola del Terz’Ordine dei Minimi (IIIRT), cap. I, 1) ma militare per il principe del mondo, alle condizioni da lui dettate e per interessi che allontanano dalla “speranza di entrare nella vita eterna” (IIIRT, I, 1). Questi sono soltanto alcuni esempi di come poter declinare il concetto di mondanità, ma ne esistono molti altri. 

Alcune modalità dell’essere mondani sono poi molto sottili ed ambigue: si vestono di bene ma in realtà non lo sono; purtroppo va detto che sono proprio queste modalità sottili che affliggono maggiormente gli uomini di Chiesa – che hanno dimenticato come fare il discernimento degli spiriti –, modalità subdole con cui il male li seduce e li conduce per altre vie.

Illuminati da questa brevissima, e non completa, spiegazione del termine mondanità – che speriamo in futuro di poter approfondire – non è difficile comprendere quanto questo male stia minacciando la vita autentica della Chiesa. Non è difficile comprendere l’urgenza che accompagna questo tema e la perentorietà che richiedono l’esigenza di ritorno ad una vita evangelica. Eppure va detto che, seppur anche con nuove modalità, questo male non è nuovo in seno alla vita ecclesiale. Periodicamente torna quasi come una febbre che, se non si è vigilanti, prende subito il sopravvento con il rischio di trasformarsi in malattia mortale. La mondanità è una minaccia per la vita di oggi ma lo è stata anche per la vita di ieri, e se non porremo subito rimedio potrebbe trasformarsi nella costante del domani. Questa costatazione in parte può gettare nello sconforto: “ancora non abbiamo imparato a fuggire questo pericolo?”, mentre dall’altra può essere di notevolissimo aiuto: “capiamo quale farmaco hanno usato i nostri padri e guariamo anche noi questo male!”, infatti la cura è sempre la stessa: fuggire la mondanità![1]

Volendo guardare al passato, facilmente ritroviamo le stesse problematiche nella Chiesa del XV secolo, il secolo di S. Francesco di Paola. Una Chiesa in cui la tensione evangelica si era allentata al punto da renderla quasi irriconoscibile, sotto alcuni aspetti e per alcuni valori. Una Chiesa in cui lo sfarzo e la mentalità del potere signorile del tempo si erano depositati, quasi come sottilissima polvere, sulla veste della santità. Una Chiesa in cui era necessario preservare i confini, guardare agli affari, non curarsi troppo dei valori di autenticità e di originalità della fede cristiana. Una Chiesa in cui la vita religiosa aveva perso il suo mordente perché si era fatta ammaliare dallo sfavillare delle fiaccole e dalle musiche assordanti del mondo, che proponeva il proprio cliché come condizione necessaria per avere rispetto.

In questo panorama, che può apparire esagerato e desolante, la Chiesa quale corpo vivente di Cristo ha sviluppato, mediante l’azione dello Spirito Santo, i suoi anticorpi! Ovvero i suoi modi per arginale il male e tornare ad una vita piena alla sequela di Cristo. Tra questi “anticorpi” figura, certamente, San Francesco di Paola e l’Ordine da lui fondato: l’Ordine dei Minimi; il quale già nel nome si propone di attuare il precetto dettato dal Redentore: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20, 25-26).

San Francesco di Paola comprese l’urgenza e la necessità di vivere autenticamente il Vangelo, senza riserve, senza edulcorazioni: vivere la radicalità del Vangelo per amore! È questa la medicina più forte! È questo lo scopo della sua vita: fuggire la mondanità per vivere in Cristo e soltanto di Cristo. Questo è il suo programma di riforma, che mette in atto nella sua vita e che si fa richiamo travolgente per quanti desideravano lo stesso cambiamento nella Chiesa. Va da sé che lì dove tutto sta scendendo nelle tenebre del mondo, un simile scopo di vita inizia ad emettere una luce nuova, ma che è antica, una luce inarrestabile, la luce del Padre delle luci, e così Francesco di Paola e la Regola da lui scritta tornano ad essere “luce per illuminare i penitenti nella Chiesa” (Bolla Inter Coeteros di Papa Giulio II con cui si approva la quarta Regola dell’Ordine dei Minimi – 1506). 

San Francesco di Paola, educato dalla famiglia ad una vita modesta e sobria, capì che per essere autentico seguace del Vangelo, per proteggere se stesso dall’agguato della mondanità, doveva tornare alla consuetudini dei Padri e così riprese le antiche abitudini dei Padri del deserto ovvero riprese uno stile di vita che si basava esclusivamente su Cristo, un modo di vivere che stima tutto inferiore a Cristo e che è disposto a rinunciare a tutto pur di raggiungere l’Amato. 

Dunque, riscoprì le pratiche penitenziali della Chiesa antica e le fece diventare il suo modus operandi, anzi le elevò a condizione necessaria per raggiungere il Paradiso per i suoi seguaci ovvero coloro che sono disposti ad impegnarsi attraverso il voto di vita quaresimale a vivere per tutta la vita i sentimenti di conversione, che la Chiesa sente maggiormente durante la quaresima; ovvero per coloro che “morti al mondo, ma vivi per Dio, e deposti i desideri mondani prestano costantemente un devoto e sincero servizio, illuminando la stessa Chiesa militante con molti doni di virtù e con il loro esempio attraggono alla lode della Maestà divina” (Bolla Inter Coeteros di Papa Giulio II – 1506)

L’invito che il Santo Paolano rivolge ai Terziari, i fedeli laici che scelgono di professare la Regola da lui scritta e di praticare il suo stesso stile di vita, risulta privo di ambiguità; anzi gode di quella chiarezza evangelica che porta a dire “si si, no no” davanti alle proposte del mondo che possono distogliere dalla sequela di Cristo. 

Scrive – San Francesco di Paola – ai Terziari Minimi: “Adempiendo in modo salutare il precetto salvifico del discepolo dell’amore privilegiato, non amate il mondo né ciò che è nel mondo. […] Fuggite […] in modo salutare le vanità del mondo e i suoi onori e i suoi vuoti fasti, la pompa e la gloria del secolo transeunte e le sue opere periture”. E continua: “Infatti, fallace è la gloria di questo secolo e fallaci sono le ricchezze. Ma sono senza dubbio felici coloro che pensano più a una vita virtuosa che a una lunga, e più a una coscienza pura che a un forziere pieno” (RT, IV, 10). Possiamo comprendere così come fuggire la mondanità, fuggire i rumores mundi, fuggire i fasti del mondo per abbracciare una vita in cui la coscienza si riconosca pulita davanti a Dio perché ha messo in pratica i precetti dell’Amore e della carità, non sia una questione di secondo ordine ma piuttosto una priorità da cui dipende la felicità, da cui dipende la pace, da cui dipende la via, da cui dipende il cielo. 

Queste sono soltanto alcune pennellate; sarebbe impensabile dire tutto in poche righe e racchiudere in un breve articolo la ricchezza e la profondità della spiritualità Minima. Strumenti per approfondire non ne mancano per chi vuole. È una spiritualità che lo Spirito ha suscitato nella Chiesa come farmaco per curare la stessa piaga che sta minacciando anche i nostri giorni: la mondanità.

Sappiamo qual è la malattia (mondanità), abbiamo già un farmaco (la spiritualità Minima), chissà che la guarigione non sia più celere. 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m. 


[1] Si badi bene che non si intende disprezzare il creato. Esso in quanto originato l’azione creatrice di Dio non può che essere buono. Fuggire la mondanità vuol dire rendersi impermeabili a quella mentalità che nel mondo è entrata a causa del peccato e che distoglie lo sguardo dall’Amore di Dio per volgerlo alla presunta onnipotenza dell’uomo. 

I Minimi francesi della Trinità dei Monti e la canonizzazione di S. Francesco di Sales. 1652-1665

di François-Charles Uginet

Estratto dal volume: Y. Bruley (a cura di), Trinità dei Monti riscoperta. Arte, fede e cultura, Le Luca Editori d’Arte, Roma 2002, 67-70.

Il 19 aprile 1665 il papa Alessandro VII canonizzo il beato Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e fondatore, con Madre de Chantal, dell’Ordine di Santa Maria della Visitazione. Durante la cerimonia solenne, che si svolse nella basilica di San Pietro a Roma, i Minimi francesi del convento della Trinità dei Monti portarono i due grandi gonfaloni con l’effigie del santo. II papa permise loro di conservarne uno, mentre l’altro fu inviato al primo monastero della Visitazione di Annecy, ancora conosciuto col nome della “Sainte Source”. Il gonfalone rimasto a Ramo fu trasferito da San Pietro al convento del Pincio in occasione di una processione che attraversò la citta il 21 giugno successivo. Ando quindi a riunirsi agli altri souvenirs legati alla memoria del santo vescovo di Ginevra, già conservati nella chiesa della Trinità dei Monti; alcuni dei quali pervenutici: confinati in mesti reliquiari. Benché il vescovo di Ginevra fosse suddito del duca di Savoia e benché l’ordine dei Minimi non avesse occupato un posto di particolare rilievo nella biografia del santo, i Minimi francesi di Roma beneficiavano di questi doni grazie alla presenza fra loro del padre Andre de Chaugy, fratello di una superiora della “Sainte Source”, incaricata dal 1647 di proseguire la canonizzazione del fondatore.

Al processo informativo locale, iniziato ad Annecy nel mese di gennaio 1623 su istigazione di madre de Chantal, aveva fatto seguito un processo apostolico istruito dai giudici remissori nominati dalla Santa Sede. Una serie d’infausti eventi – la peste, la guerra, l’inesperta raccolta delle testimonianze e la complessità crescente della procedura imposta da Urbano VIII proprio in quegli anni – ostacolarono la causa. Madre de Chantal morì nel 1641 senza aver potuto concludere nulla e costatando che Coloro i quali trattano con la corte di Roma devono dar prova d’ assoluta pazienza”.

La procedura fu ripresa sotto il pontificato di Innocenzo X, con una nuova raccomandazione dell’Assemblea del Clero di Francia. Le suore di Annecy sempre padrone dell’incarico, l’affidarono ad un postulatore residente a Roma, Gabriel Besançon, teologo della cattedrale di Aosta, e ad un altro suddito del duca di Savoia, Cristoforo Giarda, barnabita e familiare del papa. A loro fu associato M. Montheron, prete di San Luigi dei Francesi. Il favore di cui godeva padre Giarda consenti di mandare avanti le case, o perlomeno rese più chiare le posizioni rimaste piuttosto confuse alla fine del precedente pontificato.  Quando, nel 1648, si ottenne l’autorizzazione di avviare ad Annecy un processo di «non culto», che dal 1634 era la condizione sine qua non al proseguimento di qualsiasi causa di canonizzazione, si credette di scorgere i primi effetti del favore papale (e della costosa campagna di omaggi profferti ad influenti personaggi della Curia romana).

II procedimento sembrava avviato nella buona direzione, maggiormente da quando, in questo frangente il padre Giarda aveva ricevuto dal papa la nomina a vescovo di Castro. Per aiutare il povero barnabita ad affrontare le spese del suo insediamento, le Visitandine considerarono “che la riconoscenza (le) obbligava a donargli gli abiti da vescovo e gli ornamenti; e anche (…) a consentigli un prestito di cento pistole per avviare il suo modesto treno”. Sennonché poiché era stato nominata senza l’accordo di Ranuccio il Farnese, duca di Parma, ma anche di Castro e di Ronciglione, il vescovo fu accolto alla frontiera del ducato di Castro da due spadaccini incappucciati che, fermata la carrozza sulla quale egli viaggiava con Gabriel Besançon, gli scaricarono addosso quattro colpi d’arma da fuoco. Il vescovo, che stava recitando l’ufficio dei morti con il suo compagno di viaggio, morì due giorni dopo, in seguito alle ferite riportate. Besançon ne rimase così scosso che non poté fare più nulla per il resto di quell’anno”. Quanta a Montheron, doveva morire in quello stesso anno 1649, in seguito a un’operazione di calcolosi, portando con sé tutti gli anticipi di pensione che aveva richiesto per le cure. Nel 1650, Besançon fece ritorno in Val d’Aosta.

Al momento in cui Gabriel Besançon lasciò la città, vi giunsero invece Fabio Chigi già legato pontificio per i negoziati della Pace di Westfalia, e il frate minimo francese André de Chaugy, fratello di Madre de Chaugy, mandato dal suo Ordine in residenza al convento della Trinità dei Monti. Fabio Chigi assiduo lettore della Introduzione alia vita devota, aveva una profonda venerazione per Francesco di Sales. Il suo ingresso nel Sacra Collegio e la sua nomina a segretario di Stato da Innocenzo X, e infine la sua elezione al soglio pontificio con il nome di Alessandro VII, diedero nuovo impulso alla procedura di canonizzazione. Egli fece consigliare a Madre de Chaugy di designare André de Chaugy come postulatore essendo egli interamente sostentato e per di più in un ottimo monastero ove le eviterebbe molte spese, tanto per la sua parca amministrazione quanto perché non necessiterebbe d’alcuna pensione”. Il religioso, che era stata conclavista di Alessandro VII e al quale quest’ultimo aveva data l’incarico d’insegnare la lingua francese al proprio giovane nipote Flavio Chigi godeva della completa fiducia del papa. Su raccomandazione personale di Alessandro VII, padre de Chaugy scelse Jean Miget, chierico della Franca Contea, originario di Pontarlier e residente a Roma, per mettere in buona forma gli elementi del processo e per rispondere ai quesiti scritti dei giudici romani. Tuttavia, Alessandro VII rimaneva molta scrupoloso e non voleva in nessun caso infrangere le regole della procedura “per tema che i maligni cogliessero l’occasione della sua devozione [a Francesco di Sales], per dire che quella canonizzazione era un alto di favore“. 

II padre de Chaugy e l’avvocato Miget fecero del loro meglio, non senza che il primo si trovasse esposto all’invidia del vescovo di Le Puy, Henri de Maupas, rappresentante dell’Assemblea del Clero francese e ufficialmente delegato dal re di Francia per sollecitare la canonizzazione. Questi vedeva con un certo stupore un modesto frate come mandatario ufficiale della Visitazione per postulare la causa di Francesco di Sales. Poco al corrente delle usanze romane con molte probabilità egli ignorava che – come scrisse il padre de Chaugy:

ogni gloria e splendore di quest’incarico consiste nell’essere in giro per Roma dalla mattina fino alla sera, talvolta alla porta dell’uditore di un cardinale, dove bisogna rimanere anche tre o quattro ore e ritornarvi cinque o sei volte senza ottenere udienza; tal altra, alla porta di un promotore della fede che ha trenta cause come la vostra e  per di più caldeggiate da teste coronate; tal altra ancora alla porta degli avvocati concistoriali assediati da un’infinità di cause, per mettere loro pressione e supplicarli di preferire la vostra; talvolta alla porta di un traduttore …,  talvolta alla porta di un piccolo copista che guadagna un giulio al giorno per mettergli fretta e  tutto questa dalla mattina fino alla sera, sotto il sole rovente e mortale di Roma”.

Finalmente, il 18 dicembre 1661 Alessandro VII firma il breve che dichiarava Francesco di Sales beato, e ne fissava la festa il 29 gennaio. Alcune difficolta finanziarie fecero si che si ammettesse un modesto apparato celebrativo per la beatificazione, in previsione della canonizzazione solenne che doveva seguire poco dopo. Una cerimonia si svolse a San Pietro l’8 gennaio 1662, e l’altra a San Luigi dei Francesi il 29 di quel mese. Jean Miget, il fedele avvocato borgognone completamente votato alla causa di san Francesco di Sales, senza aver chiesto né mai ricevuto alcun premio per il suo lavoro, mori nella primavera del 1662 tra le braccia del padre de Chaugy, cedendo il frutto del suo lavoro, ossia tremila scudi. Per il suo convento del Pincio il minimo ottenne da Alessandro VII di poter de dedicare al nuovo beato la cappella Simonetta (la seconda a destra entrando nella navata), che fece decorare a sue spese.

La cerimonia di canonizzazione fu posticipata in seguito ad alcuni incidenti avvenuti nel 1662 fra l’ambasciatore di Francia, duca di Créqui e la guardia corsa pontificia. II duca di Créqui e i prelati francesi lasciarono Roma e non vi fecero ritorno se non dopa la ratifica da parte di Alessandro VII dell’umiliante trattato di Pisa (12 febbraio 1664). Le impalcature erette in San Pietro in vista della canonizzazione erano ancora in piedi. Ma il papa non aveva fretta:

“Checché se ne dica, scriveva l’uditore di Rota Bourlemont a Hugues de Lianne, si pensa che la celebrazione solenne sarà posticipata fino a primavera, infatti da quando i papi prendono una cura così attenta della propria salute, vi sana pochi esempi di messe celebrate in San Pietro tra il 1° dicembre e il 1° marzo, a causa del freddo che fa’ all’ interno della Basilica, in quel periodo dell’anno.”

Henri de Maupas, intanto divenuto vescovo di Èvreux non demordeva dalla sua ostilità nei confronti del padre de Chaugy. Fino all’ ultimo minuto tento di escludere il minimo e i suoi confratelli della Trinità dei Monti dall’onore di portare il gonfalone del santo durante la cerimonia di canonizzazione celebrata i 19 aprile 1665, e ciò con grande irritazione del cardinale Flavio Chigi, il quale impose il suo volere in qualità di protettore dell’Ordine.

Il padre de Chaugy poté così tenere “nella mana destra … il grande cordone con nappa dorata che ferma lo stendardo”. I frati della Trinità dei Monti commissionarono al pittore Fabrizio Chiari una pala per l’altare maggiore della cappella della loro chiesa dedicata al santo, che doveva rappresentare Francesco di Sales nell’atto di ricevere il cordone da san Francesco da Paola. Questa tela e tutte le decorazioni che raccontavano la vita del Santo savoiardo scomparvero alia fine del XVIII secolo.

Bibliografia: Per questa breve scheda si è utilizzato: Bonnard, 1933, pp. 78-79; Lecouturier, 1933, ad indicem [Andre de Chaugy]; Renoux, 1993.

20 gennaio 2022 – SOLENNITÀ DELLA MADONNA DEL MIRACOLO

180° anniversario dell‘Apparizione

SS. MESSE ORE 8, 10, 12, 16, 18

La Supplica sarà recitata in tutte le S. Messe.

ORE 17.00 – S. Rosario della Conversione, il racconto dell’Apparizione della Vergine ad Alfonso Ratisbonne

ORE 18.00 – Supplica alla Madonna del Miracolo e S. Messa presieduta da S. Em.za Rev.ma Card. Mauro Gambetti.

Il tutto sarà trasmesso in diretta sul nostro canale YouTube – Santuario Madonna del Miracolo.

LA CAPIENZA DELLA CHIESA È DI 100 POSTI, RAGGIUNTI I QUALI NON SARÀ POSSIBILE ENTRARE.

FESTEGGIAMENTI IN ONORE DELLA MADONNA DEL MIRACOLO – 20 gennaio 2022

180° anniversario dell‘Apparizione

A motivo del perdurare della pandemia, a seguito della contagiosità del momento, abbiamo dovuto annullare le iniziative previste nel programma della Solennità. 

Per tale ragione, il concerto del 16 gennaio, le catechesi di p. Maurizio Botta del 17 gennaio e di don Fabio Rosini del 18 gennaio NON POTRANNO AVERE LUOGO

Inoltre la S. Messa delle ore 18.00 del 19 gennaio NON sarà presieduta da don Luigi M. Epicoco

20 gennaio – SOLENNITÀ DELLA MADONNA DEL MIRACOLO

SS. MESSE ORE 8, 10, 12, 16, 18.

La Supplica sarà recitata in tutte le S. Messe.

ORE 18: Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta da S. Em.za Rev.ma Card. Mauro Gambetti

Arciprete della Basilica Papale di S. Pietro in Vaticano e Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano.

La S. Messa sarà animata dal Coro Mater Divini Amoris.

LA CAPIENZA DELLA CHIESA È DI 100 POSTI, RAGGIUNTI I QUALI NON SARÀ POSSIBILE ENTRARE

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 2 parte

Destino? No grazie. Meglio: scelta vocazionale!

Torniamo a riflettere su come San Giuseppe e San Francesco possano essere di ispirazione grazie al titolo “Padre nell’obbedienza” (Cf precedente riflessione). 

San Francesco nasce secondo modalità prodigiose, così come ci raccontano le prime agiografie scritte dai suoi discepoli contemporanei. Nasce in una famiglia che viveva ardentemente la fede; sappiamo infatti che sia Giacomo che Vienna erano ferventi credenti in Dio e che vivevano nel sano e santo timore dell’Altissimo[1]. Tuttavia non dobbiamo credere ad una predestinazione di San Francesco fin dalla sua nascita. Faremmo grave torto a Lui e a Dio se credessimo a questo. 

Ma attenzione non vorrei essere frainteso quando parlo di “predestinazione”. È opportuno fare chiarezza. Nella vita quotidiana, quando siamo a confronto con i fatti che accadono, si fa largo nelle nostre menti il concetto che siamo predestinati[2] a qualcosa, che il destino sceglie per noi e che noi siamo soltanto degli attori che, in fin dei conti, recitano un copione già scritto da qualcun altro. Chi poi è un po’ più religioso, attribuisce la scrittura di questo copione al Creatore, così che noi siamo solo esecutori di un qualcosa che non dipende pienamente da noi, ma da Dio che diventa così origine di ogni bene, ma anche causa di tutti i mali. Tutto accade necessariamente per realizzare questo disegno il cui compimento è irrefrenabile e in cui noi non abbiamo scelto nulla. Questo pensiero è quanto di più sbagliato possa esistere.

Lo possiamo affermare in modo netto e senza nessuna ambiguità: il destino – come siamo abituati comunemente  a concepirlo – non esiste[3]!!! Esiste la Provvidenza che è cosa ben diversa[4]

Questa scusa che ci siamo inventati – il destino che l’uomo incolpa fin dalla notte dei tempi delle proprie sventure – vuol essere niente di più che una panacea contro il senso di colpa che scuote la nostra coscienza ogni qual volta commettiamo qualche assurdità. 

Dio non impone mai nulla a nessuno[5]! Bisogna fare attenzione a quel proverbio, che ogni tanto solca le nostre labbra e che dobbiamo colpevolizzare di una grave omissione. Esso recita così: L’uomo propone e Dio dispone, ma la sua corretta forma, invece, dovrebbe recitare: Dio inspira, l’uomo sceglie e propone secondo il suo piacere mentre Dio dispone secondo e per il suo bene (dell’uomo).

Ecco come funziona la cosa. 

Ogni uomo è libero di assumere le proprie decisioni indipendentemente da ciò che Dio gli ha ispirato[6]. Sarebbe un’ingiustizia se il Creatore ci avesse formati soltanto per essere simili a dei robot che compiono azioni le quali non sono manifestazione della loro volontà ma compimento di pensieri altrui. Altresì, considerato che l’Onnipotente non è ingiusto, possiamo benissimo dire che tutto ciò che una persona “è” si basa sulle sue decisioni e sui fondamenti che egli ha scelto e ha posto in essere. 

Detto questo, perché faremmo un torto a Francesco? Perché, se affermassimo che fin dalla nascita egli era destinato a compiere il progetto della vita quaresimale, annulleremmo tutto lo sforzo di discernimento vocazionale che egli ha fatto[7]. Dio lo ha lasciato libero di organizzare come desiderava la sua vita, tuttavia in questa libertà gli ha posto davanti un progetto ben preciso che lui liberamente ha voluto accogliere e fare suo. Queste righe potrebbero sembrare un’inutile digressione. In realtà, io credo, siano fondamentali per comprendere i “sogni di Francesco”. 

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] «In Italia ci fu un venerando Padre, chiamato Francesco di Paola […] Suo padre di chiamava Giacomo di Salicone, comunemente detto Giacomo di Martolilla. Sua madre Vienna. E benché appartenessero al secolo, vivevano tuttavia come religiosi». In un altro passo: «[I]noltre lo stesso Giacomo, si disciplinava ogni notte dinanzi alle chiese che sorgevano fuori della città di Paola e che egli visitava di notte. Non mangiava frutta; e, anche quando gli veniva qualcosa da mangiare, non la voleva ricevere, se non conosceva prima da dove venisse […]». Anonimo coevo, Vie et miracles de S. Francois de Paule Instituteur de l’Ordre des Freres Minimes (in seguito: Anonimo coevo francese), in G. Fiorini Morosini e R. Quaranta (a cura di), La vita di San Francesco di Paola raccontata dall’Anonimo discepolo contemporaneo nel testo originale francese ritrovato dal p. Rocco Benvenuto O.M., Rubbettino Soveria Mannelli 2019, 88-89.

[2] Sull’accezione di questa parola sarebbe bene soffermarsi, seppur non lo si può fare esaustivamente in questo contesto. Non intendo infatti la “predestinazione cristiana”, che ha ben altro senso e che trova luce nella Sacra Scrittura – in modo particolare nel Nuovo Testamento (Ef 1,5; Ef 1, 11; Rm 8, 28-30) – ma quel comune significato che nella quotidianità viene attribuito come “obbligatorietà” a compiere qualcosa, come a-responsabilità delle colpe derivanti dal libero arbitrio. 

[3] «Bisogna però fare attenzione: noi pensiamo che avere un destino significhi avere una trama già scritta, la trama della nostra storia. Ma questo è sbagliato: avere un destino non significa avere il viaggio spiegato, sapere come andrà questo viaggio, quali saranno le scelte di questo viaggio, che cosa ci accadrà in questo viaggio. […] Siamo noi a decidere come andrà il viaggio, siamo noi a fare le scelte». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 24-25.

[4] «Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione». CCC 302.

[5] «Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti». CCC 1730.

[6] «Noi siamo liberi, abbiamo un destino, abbiamo una destinazione, ma siamo liberi di decidere il nostro viaggio. Siamo così liberi che delle volte possiamo decidere contro il nostro destino, contro questa destinazione». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 25.

 

Presentato “Vita semplice di fra’ Francesco di Paola in Calabria” di P. Giovanni Cozzolino

di Luisa Vaccaro

Pizzo (Vibo Valentia) – È stato presentato nella chiesa di San Francesco di Pizzo, il nuovo lavoro di Padre Giovanni Cozzolino, “Vita semplice di fra’ Francesco di Paola in Calabria (1416-1483). Tra storia, nuove ipotesi e flashback Minimi”. Il sacerdote minimo si sofferma sulla vita del santo cercando però, di porre all’attenzione nuove sfumature, dettagli di una quotidianità vicina alla nostra umanità.

Il Santo, patrono della Calabria, figura poliedrica, uomo intellettuale, politico, religioso e cittadino del mondo, viene presentato ora, da una prospettiva particolare che lo trasporta nella nostra dimensione di semplicità familiare, un aspetto dunque, che lo avvicina alla nostra fragilità, consegnandolo però, alla coscienza collettiva, quale uomo del nostro tempo se pur Santo di umana carità.

“La parola semplice è il leitmotiv di un lavoro – afferma Nella Fragale, della casa editrice Grafichéditore che ha posto sigillo alla pubblicazione – diviene strumento di conoscenza della vita di San Francesco riuscendo a svelare, attraverso nuovi focus di osservazione e flashback di investigazione, aspetti nuovi, che costituiscono luce pe la nostra vita di ogni giorno. Un vademecum per i giovani che possono attraverso questo volume, entrare nell’intimità di un santo che riesce a scandire ogni attimo delle nostre semplici giornate, indirizzandole però verso la santità”.

Ad analizzare il testo di padre Giovanni Cozzolino è stato poi, il professore Filippo d’Andrea che sottolinea come “questo libro prospetti elementi nuovi di interpretazione di un Santo umanamente autorevole, figura poliedrica, trasportandolo nella nostra dimensione familiare, rendendone così, maggiormente la sua vicinanza alle nostre esperienze di vissuto giornaliero”.

“Questo testo – continua il professore D’Andrea –  è la sintesi complessiva dei numerosi ed approfonditi studi portati avanti da padre Giovanni all’interno della famiglia minima, che introduce però, nuove focalizzazioni sulla briografia del santo da Paola, e che si declina quale inno della vocazione al matrimonio e la famiglia. Accanto però, all’aspetto di vicinanza della santità alla nostra umanità, vi è una vera e propria esposizione di nuove ipotesi, trasformandosi in una vera e propria ermeneutica simbologica e teologica della lettura di alcuni aspetti quali per esempio, il mantello ed il bastone. Padre Giovanni Cozzolino, spesso voce fuori dal coro, cerca di ricercare quella che è la santità nascosta perché spesso, la religione è quella parte celata che merita di essere meditata e svelata. Questa esigenza ha illuminato il metodo di ricerca del padre minimo, che è andato oltre la verità riconosciuta come tale, andando a scavare la complessità dell’esemplarità di San Francesco, attualizzandola però, alla nostra modernità, e rendendola comunicazione per il nostro oggi”.

“Questo libro si pone dunque, come crisi di concetti prestabiliti, stravolgendone certezza e dato storico, attraverso uno scientifico metodo di indagine come sottolineato dallo stesso autore, affinché ogni data, ogni aggettivo, ogni parola sul fondatore dell’ordine dei minimi, potesse essere vissuta e dunque testimoniata nella sua interezza e profondità. Un libro che parte da Giacomo e Vienna Martolilla, genitori di Francesco, che rappresentando la fonte propagatrice della straordinarietà di quel loro figlio. Come loro i genitori tante piccole e preziose gocce di rugiada, che si depongono con i riflessi e le sfaccettature di un diamante prezioso, sullo splendido giardino di rose che insieme ci immergono nell’infinito mare della vita e di Dio! Ciò che apprende dai suoi genitori, Fra’ Francesco lo vive e lo trasmette ai giovani che vogliono essere veramente felici e realizzati”.

Il volume può essere ordinato in tutte le librerie e nelle piattaforme digitali.

La luminossissima festa del Santo Natale!

San Francesco di Paola: il Natale e San Giuseppe

Nelle riflessioni che stiamo dedicando al confronto tra le figure di San Giuseppe e San Francesco di Paola (Vedi riflessioni “Come due binari: paralleli e concordi”), si dice espressamente che, “ripercorrendo un po’ tutte quelle che vengono chiamate le fonti minime, non si trova mai citato in modo diretto o indiretto il nome di San Giuseppe”. Tuttavia, si afferma anche che “possiamo trarre dalle fonti alcune piccole notizie che ci aiutano a ipotizzare che San Francesco di Paola non abbia totalmente ignorato lo Sposo di Maria”. 

Dobbiamo, adesso, colmare il debito che abbiamo contratto con queste affermazioni cercando di illustrare quali possono essere queste piccole notizie che troviamo nelle fonti minime e che ci parlano della riflessione che San Francesco di Paola ha fatto sul Natale e conseguentemente su San Giuseppe. 

Nella Regola che San Francesco di Paola lascia ai suoi frati, ci sono dei superlativi che ci esprimono qual era la considerazione che il Santo riservava al mistero del Santo Natale. Ed è proprio da questi superlativi che dobbiamo partire per cercare di investigare questo campo che ci siamo proposti. Egli, nella terza stesura della Regola ed in occasione delle indicazioni circa il digiuno che i frati devono osservare durante l’anno, scrive: «Si daranno ancora al digiuno, […] sino alla solennissima (praeclarissimam) festività del Natale, e tutti i mercoledì e venerdì del l’anno, esclusa opportunamente l’ottava delle luminosissime (clarissimis) feste della Natività del Signore degli eserciti e […]»[1].

Due indicazioni impercettibili, inserite in un contesto molto circoscritto, che mettono in luce come il Paolano vedesse il mistero dell’Incarnazione e quale risalto egli dava alle solennità ad essa collegate. Per Francesco, il mistero del Natale, unito a quello dell’Annunciazione, costituiva un prezioso fondamento alla sua spiritualità penitenziale[2].

Scrive il Morosini: «[S]e cerchiamo di capire la sua vita interiore a partire dai suoi riferimenti al mistero dell’incarnazione, ci accorgiamo che dobbiamo concludere che lui, meditando sul mistero di annientamento del Verbo incarnato ha tratto da tale mistero forza e luce per la sua scelta penitenziale»[3].

Alla luce di questo collegamento con la kenosis del Figlio di Dio, elemento indispensabile per ogni spiritualità e ben presente in quella minima, comprendiamo che: se San Francesco di Paola non può essere estruso dal contesto e dalla spiritualità penitenziale – poiché se cosi fosse lo priveremmo della sua più intima caratteristica – allo stesso modo non possiamo relegarlo al solo deserto o al solo Calvario estromettendolo dalla contemplazione del mistero Natalizio. 

La vita di Cristo, alla luce delle Scritture (Cf. Fil 2,6-11; Eb 10,5-10), è un continuo e inalterato processo penitenziale; non che Dio abbia a doversi convertire, piuttosto è un processo di educazione dell’uomo alla conversione perpetua che trova sì la sua maggiore manifestazione in alcune tappe (Natività, deserto, Passione), ma che viene vissuto in modo ininterrotto dal primo vagito nella mangiatoia di Betlemme all’ultimo grido in Croce sul Golgota. 

Ecco perché mi sento confortato nel dire che Francesco contempla Cristo nella sua interezza e facendo ciò trova nell’unione Gesù-Maria i due punti cardine attraverso cui si è potuta compiere la promessa che l’Eterno fece ad Abramo. 

«Nel mistero dell’incarnazione, secondo le indicazioni bibliche, sia dal punto di vista di Gesù (Fil 2,6-11; Eb 10,5-10) che di Maria (Lc1, 26-38), S. Francesco vede l’esemplarità della penitenza cristiana, perché coglie in tale mistero, da una parte la disponibilità di Gesù ad essere tutto del Padre e a compiere la sua volontà, dall’altra quella di Maria, che accetta la proposta, fattagli dall’angelo in nome di Dio, di essere coinvolta nella disponibilità di Gesù ad incarnarsi per salvare l’uomo, solidale, con lui in tutto»[4]. Con quest’altro estratto del P. Morosini, credo che si sia ben evidenziata l’importanza che questi due misteri principali della cristianità rivestono all’interno della spiritualità minima. Dunque è possibile fare un passo conclusivo. 

Se San Francesco tiene in tal considerazione il mistero del Natale non possiamo non sostenere che nella sua riflessione e nella sua sequela si sia ispirato anche alla figura dello Sposo di Maria che riveste un ruolo fondamentale all’interno del Mistero del Natale. 

Nulla è impossibile a Dio, soleva dire il Paolano, ma credo che siamo tutti concordi nel dire che, se il Creatore ha scelto questa particolare modalità di salvezza per l’uomo e se in esso ha tirato in ballo la presenza del Castissimo Giuseppe, allora possiamo affermare che tale figura, centralissima all’interno della tenera casa di Nazareth, non ha potuto non essere meditata ed imitata dal Paolano. 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] III RF, IX, LIII, 131-133.

[2] Cfr. G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 53.

[3] Ivi, 53.

[4] G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 55.

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 1 parte

L’obbedienza di San Giuseppe e il suo amore per Maria

Grazie all’espressione “Padre nell’Obbedienza”, Papa Francesco porta alla nostra attenzione una virtù che da sempre è un aspetto importante nella vita di San Giuseppe. 

Il Papa, infatti, ci ricorda come Giuseppe sia stato anzitutto obbediente ai quattro sogni (Cfr. Mt 1,20-21; Mt 2, 13; Mt 2, 19-20; Mt 2, 22-23) che, pian piano, gli svelarono i passi che dovette compiere per custodire il progetto di salvezza di Dio e che gli donarono il coraggio necessario ad affrontare la sua vocazione. Egli, attraverso questi sogni, rinuncia all’idea e ai programmi che aveva pensato per la propria vita chinandosi così pienamente al volere del Creatore. Ecco perché la Scrittura lo definisce come «uomo giusto» (Mt 13, 55) ovvero uomo attento all’ascolto e alla pratica della Parola di Dio.

Da quello che conosciamo grazie ai Vangeli, possiamo immaginare che San Giuseppe amava profondamente la sua sposa Maria, anche se questo non è espresso in modo esplicito. Se infatti così non fosse, se non ci fosse quest’amore di fondo, non si spiegherebbe in primo luogo il paradosso della scelta Divina di far incarnare il Figlio di Dio in una famiglia non animata dall’Amore e in secondo luogo non avrebbe senso il tormento interiore che Giuseppe dovette affrontare dopo esser venuto a conoscenza della gravidanza inaspettata di Maria, sua sposa.

Sicuramente questo tormento non è dettato soltanto dalla sua giustizia visto che la Legge Mosaica gli permetteva, senza alcun problema, il ripudio. Più che altro, questo turbamento  è dovuto alla fiducia che Giuseppe riponeva nella sua Sposa. Fiducia che lo mette in crisi: credere a Maria e alla storia che essa racconta oppure seguire la Legge dei Padri? Questo tentennare non è forse un segno d’Amore? Se togliessimo l’Amore di fondo, perderebbe senso quel: «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (Mt 1, 19). 

Non è quindi azzardato pensare che Giuseppe e Maria si amassero veramente e profondamente e che avessero un serio progetto di vita insieme. Così come non è assurdo pensare che tutto quello che riguarda l’obbedienza di Maria, intesa come qualità umana, sia attribuibile anche a Giuseppe. 

Sappiamo che a quell’epoca i matrimoni avevano una dinamica di scelta molto diversa da quella che siamo abituati a vivere adesso, tuttavia non possiamo trascurare l’ipotesi che si “pianificassero” matrimoni con alla base un feeling che potesse, in qualche modo, garantirne una durata stabile e serena. 

Giuseppe e Maria sono chiamati a ruoli diversi all’interno dello stesso progetto, sono creati in modo diverso, tuttavia condividono gli stessi principi di vita e le stesse idee di Fede. Così dice il Papa: «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani» (Patris Corde, 3).Potremmo tranquillamente dire che ci sono caratteristiche comuni all’interno della Santa Famiglia.

Ma non vorrei divagare, è opportuno tornare all’obbedienza di Giuseppe. 

Il Papa ci ricorda anche un altro aspetto dell’obbedienza di Giuseppe, quello prettamente relativo alla Legge Mosaica di cui prima accennavo nella questione del ripudio e che può tornare a far chiarezza sul concetto precedente. Infatti, entrambi i genitori di Gesù hanno dimostrato molta attenzione a quelle che erano le prescrizioni della Legge circa i riti della circoncisione o della purificazione dopo il parto o ancora dell’offerta del primogenito a Dio (Patris Corde, 3). Questo ci fa comprendere come Giuseppe – e quindi anche Maria – fossero persone dalla Fede integra, calorosa e soprattutto autentica.

Essi muovono i loro passi guidati da quelle manifestazioni soprannaturali che svelano loro i fatti prodigiosi della Salvezza, ma non si insuperbiscono per questo, anzi rimangono fedeli a quella fede che li ha resi degni – nel caso di Giuseppe – e che li ha preparati – nel caso di Maria – ad accogliere il Messia atteso dalle genti. 

Giuseppe è quindi emblema dell’obbedienza cieca ed incondizionata al progetto di Dio. A tratti obbedienza anche a ciò che non comprendeva, ma egualmente accoglieva e compiva. In altre parole è esempio di obbedienza alla vocazione che Dio istilla nel cuore dell’uomo, anche quando questa vocazione va in contraddizione con quelli che sono i nostri piani e la logica umana. In questo caso potremmo dire che il motto di San Giuseppe è: “Il progetto di Dio prima di tutto! / La Vocazione al primo posto!”.

Ma come raccordare tutto questo con la vita di San Francesco di Paola? Non mi sembra di vaneggiare quando penso di poter affermare che San Giuseppe è emblema dell’obbedienza alla vocazione donata da Dio e che San Francesco di Paola ne è il più fedele seguace e attento imitatore.

Come prima accennavo, non abbiamo strumenti diretti che ci raccontano in modo preciso l’esperienza spirituale personale di San Francesco. Ma anche se non abbiamo un racconto dei quattro sogni, così come avviene nel Vangelo per San Giuseppe, possiamo immaginare che, come per lui, anche per S. Francesco ci siano stati quattro sogni nella storia della sua vocazione. Questa convinzione si rafforza alla luce delle quattro volte in cui il Paolano ha dovuto abbandonare la propria volontà, il proprio progetto di sequela di Dio, per abbracciare un progetto più grande che gli veniva ispirato dallo Spirito Santo.  

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.

“Come due binari: paralleli e concordi”

Una serie di riflessioni su San Giuseppe e San Francesco di Paola

Con l’otto dicembre duemila ventuno si conclude uno speciale anno di riflessione sulla figura di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria e Padre putativo di Gesù. Un anno fortemente voluto da Papa Francesco per commemorare il centocinquantesimo anniversario della elevazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Universale[1]

Nel documento di indizione di quest’anno giubilare, la Lettera Apostolica Patris Corde, il Santo Padre torna a tratteggiare in modo semplice ma efficace l’importante figura di San Giuseppe che si arricchisce così di nuovi punti di vista sui quali potersi soffermare a meditare. La novità di questo documento non è tanto dogmatica, nel senso che non si aggiunge nulla in più di quanto non fosse già contenuto nella Tradizione e nella Fede della Chiesa, ma piuttosto espositiva. Il Santo Padre, infatti, ci tratteggia San Giuseppe alla luce del Vangelo e del Magistero grazie a delle “categorie” che rispecchiano i bisogni e la mentalità dell’uomo di questo tempo. 

Egli lo identifica come: Padre amato, Padre nella tenerezza, Padre nell’obbedienza, Padre nell’accoglienza, Padre dal coraggio creativo, Padre lavoratore e Padre nell’ombra

Sette “titoli” che ci permettono di riflette, nel concreto dell’esperienza dei nostri giorni, su quell’«uomo giusto» (Mt 13, 55) che fu scelto da Dio come custode del suo disegno di salvezza e come educatore e tutore, davanti agli uomini, del suo Divin Figlio.

Leggendo il testo della Lettera Apostolica Patris Corde e soffermandosi su questi sette nuovi tratti identificativi dello Sposo di Maria, un cuore minimo non può non trovare delle assonanze con il fondatore dei Minimi, San Francesco di Paola. Eppure, per chi è più attento e magari dedito alla sua storia e ai documenti che consentono di ricostruirla, c’è un qualcosa che stona, che non quadra. Infatti, ripercorrendo un po’ tutte quelle che vengono chiamate le fonti minime[2] non si trova mai citato, in modo diretto o indiretto, il nome di San Giuseppe. 

Questo potrebbe essere normale se consideriamo che il Santo Paolano non ha lasciato dei trattati spirituali ben definiti che ci raccontano la sua personale esperienza di fede. Ed altrettanto normale può sembrare se si considera che la spiritualità minima non possiede, fin dal suo principio, una struttura ben ordinata. Con ciò intendo dire che nei primi documenti che si rinvengono riguardanti l’Ordine ci si occupa, per lo più, della Regola e delle cose strettamente essenziali alla strutturazione della nascente realtà dei Minimi[3]

Tutto il bagaglio spirituale “minimitano”, che raccoglie l’esperienza di Fede del Fondatore e dei suoi primi seguaci, si è ordinato e raccolto pian piano, nei periodi successivi fino ai giorni nostri in cui si vanno aggiungendo nuovi studi che mettono in luce altrettanti nuovi aspetti di questa spiritualità ancora viva. 

Se dunque si parte da queste due considerazioni, il fatto che San Giuseppe non sia mai citato può non destare sospetto. Se invece si guarda la questione da un altro punto di vista, quello più popolare, potrebbe nascere una seria domanda: “Ma allora San Francesco di Paola non era devoto di San Giuseppe? Non lo ha considerato come esempio di Fede? Non nutriva verso di lui ammirazione?”.

Alla luce di quanto ci siamo detti, comprendiamo che non è possibile dare una risposta a questa domanda, ovvero non è possibile fare affermazioni di assoluta smentita o di perentoria conferma. Tuttavia possiamo trarre dalle fonti alcune piccole notizie che ci aiutano a ipotizzare che San Francesco di Paola non abbia totalmente ignorato lo Sposo di Maria. 

Proverò a spiegare queste piccole informazioni in un’altra riflessione[4], poiché ciò che mi preme principalmente – motivo per cui nasce questa serie di brevi riflessioni – è sottolineare come San Giuseppe e San Francesco di Paola possano essere immaginati alla stregua di due binari che corrono paralleli verso una medesima meta. Due binari paralleli che per essere percorribili devono necessariamente essere anche concordi tra loro. Ovvero entrambi devono seguire le stesse inclinazioni e le medesime curve altrimenti sarebbero impraticabili per qualsiasi mezzo; più che impraticabili, oserei dire, inutili. Ma questo non è il nostro caso. 

Non che San Francesco possa essere considerato una copia identica del Padre putativo di Gesù. Non è cosi e non potrebbe esserlo, ma piuttosto cercando bene possiamo trovare diversi punti, appena appena evidenti, che ne uniscono la vita e soprattutto l’esperienza di fede.

Possiamo immaginarli entrambi aggrappati ad un unico bastone, simbolo della fortezza ma anche della custodia, mentre guardano verso un’unica meta, il dolce Gesù, che per entrambi è stato unico motivo di vita.

Comprendo che qualcuno potrebbe essere reticente ad accettare quest’immaginazione. Come, dunque, imbastire la riflessione? La cosa non è molto complessa. Infatti, anche se San Francesco di Paola nella sua vita di fede, in base ai documenti che oggi conosciamo, non si è ispirato e riferito direttamente a San Giuseppe, grazie a questi nuovi punti di vista che Papa Francesco ci ha donato, possiamo comprendere come ci sia in entrambi un muoversi in simbiosi, un agire nello stesso modo alla sequela del progetto di Dio e alla volta dell’ascolto e compimento della Parola Divina. 

Credo sia allora opportuno domandarsi quali sono i titoli che ci possono permettere di porre queste due figure in parallelo. Dalla mia riflessione ne ho estratti cinque che penso possano essere significativi: Padre nell’obbedienza (I), Padre nell’accoglienza(II), Padre nel coraggio creativo(III), Padre nella tenerezza (IV) e Padre amato(V)

Vi auguro una buona lettura e spero che questi spunti di riflessione possano essere proficui per la propria personale devozione e crescita spirituale. 

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] San Giuseppe è stato dichiarato Patrono della Chiesa Universale, dal Beato Pio IX, con Decreto della Sacra Congregazione dei Riti (Quemadmodum Deus), del 8 Dicembre 1870. 

[2] Con “Fonti Minime” si intende la raccolta di tutti i documenti riguardanti San Francesco di Paola e la fondazione dell’Ordine dei Minimi. Ci riferiamo quindi: alle lettere e alle Regole scritte da San Francesco di Paola ma anche ai Processi per la sua canonizzazione e alle prime agiografie scritte dai suoi contemporanei. Tutti quei documenti che ci raccontano, in modo implicito ed esplicito, la nascita e i primi passi dell’Ordine dei Minimi. Un’edizione recente di queste fonti è stata curata da P. Giovanni Cozzolino o.m.: Alla sorgente del carisma di San Francesco di Paola, Edizioni Minime, Lamezia Terme 2002.

[3] Su quest’aspetto corre l’obbligo porre l’asterico poiché tali informazioni le dobbiamo riferite alle fonti minime ad oggi conosciute. Potrebbero, infatti, esserci degli altri documenti che al momento sono non conosciuti e che potrebbero mettere in luce delle altre verità più precise.

[4] Intitolata “La luminossissima festa del Natale”.

Programma Natale-Epifania

Dal 16 al 24 dicembre – NOVENA di NATALE
SS. Messe ore 8, 10, 12, 18.
Giorni feriali
Ore 17: S. Rosario e Vespri; canto delle Profezie e liturgia natalizia
Domenica
Ore 17: S. Rosario, canto delle Profezie e liturgia natalizia

Domenica 19 dicembre
Ore 20: Concerto “I profumi del Natale” – dal progetto “Il DIALOGO nei
Profumi dell’arte” e dal Rapporto interreligioso per la Pace – VII Edizione.
Coro ARS NOVA – Beato Angelico della Minerva, direttore M° Valentina Rivis e
PUERI SYMPHONICI ORCHESTRA, direttore: M° Lorenzo Lupi.

Lunedì 20 dicembre
Commemorazione del Venerabile P. Bernardo M. Clausi dei Minimi
SS. Messe ore 8, 10, 12, 18.

Giovedì, 24 dicembre – VIGILIA di NATALE
SS. Messe ore 8, 10, 12, 18, 24.
Ore 23.30: Preghiera dell’Ufficio delle Letture e canto della tradizionale “kalenda”.
Ore 24: S. Messa della Notte di Natale

Sabato, 25 dicembre
SOLENNITà del NATALE del SIGNORE
SS. Messe ore 10, 12, 17.30, 19.
(La messa delle ore 8 è sospesa)

Domenica, 26 dicembre – Santa Famiglia di Nazareth
SS. Messe ore 8, 10, 12, 17.30, 19.

Lunedì, 27 dicembre – Giornata Mariana
SS. Messe ore, 8, 10, 12, 18.
La Supplica sarà recitata ad ogni S. Messa
Ore 17.10: Ora di Guardia (Rosario della Conversione) – Supplica e S. Messa

Venerdì, 31 dicembre – Solennità della Dedicazione
della nostra Basilica
SS. Messe ore, 8, 10, 12, 18
Ore 17.10: S. Rosario e canto dei Primi Vespri nella Solennità della Madre di Dio.
Ore 18: S. Messa festiva e canto del Te Deum di fine anno.

Sabato, 1 gennaio – Maria SS.ma Madre di Dio
SS. Messe ore 10, 12, 17.30, 19
(La messa delle ore 8 è sospesa)
Ore 17.10: Canto del Veni Creator e dei Secondi Vespri della Madre di Dio.

Giovedì, 6 gennaio – Solennità dell’Epifania
SS. Messe ore 8, 10 (messa dei bambini), 12, 17.30, 19.
Ore 9.30: Inizio della processione dei Magi da P.zza Mignanelli alla nostra Basilica:
santa messa delle ore 10 con offerta dei doni al Signore da parte dei bambini.
Portate i vostri bambini!

Venerdì, 7 gennaio
Inizio della Pia Pratica dei 13 venerdì in onore di S. Francesco di Paola
(vedi programma a parte)

Domenica, 9 gennaio – Battesimo di Gesù e
chiusura del Tempo di Natale
SS. Messe ore 8, 10, 12, 17.30, 19.


Ogni mercoledì
Ore 18.40: Il Vangelo domenicale, a cura di Gianni De Luca.
Ogni giovedì
Ore 18:40: Adorazione Eucaristica comunitaria

Orario SS. Messe
Dal lunedì al sabato: 8, 10, 12, 18
Domenica: 8, 10, 12, 17.30, 19


Basilica Parrocchiale Sant'Andrea delle Fratte
Santuario Madonna del Miracolo

Via di Sant’Andrea delle Fratte 1 – 00187 Roma
06 6793191 - info@madonnadelmiracolo.it
www.madonnadelmiracolo.it


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