VENERABILE PADRE PIO DELLEPIANE

(1904-1976)

Una vocazione maturata in famiglia

Pio Natale Edoardo Dellepiane era originario di Genova-Marassi, dove nacque il 4 gennaio 1904, terzogenito di una famiglia molto numerosa. I familiari lo chiamavano Edoardo per distinguerlo dal padre, che si chiamava anche lui Pio. Questi era un commerciante e si dava un gran da fare per poter mantenere la famiglia con la sua attività di produzione di pasta fresca. Sposò in prime nozze Maria Picasso, dalla quale ebbe un figlio, e alla morte di lei prese in moglie Carmela D’Angelo, che gliene diede altri undici.

La madre, dal carattere autoritario, si occupava della casa e dell’educazione dei figli e poiché era anche catechista curò pure la crescita nella fede dei figli, garantendo a tutti una solida formazione umana e spirituale. Nella parrocchia di Santa Margherita Vergine e Martire, i Dellepiane conobbero i Padri Minimi e la spiritualità del loro fondatore, san Francesco di Paola. Il ragazzo, in particolare, ne rimase affascinato grazie soprattutto all’apostolato di padre Paolo Rapa, che ebbe un ruolo fondamentale nel suo discernimento vocazionale.

Fin da bambino, Pio aveva mostrato particolare interesse verso la religione; addirittura in cantina aveva costruito un piccolo altare e appena aveva del tempo libero invitava alla preghiera i fratelli più piccoli, si procurava indumenti vecchi da usare come paramenti e tutto l’occorrente per ricreare nel gioco una chiesa e le sue pratiche liturgiche. In tutto questo, la madre lo assecondava e lo sollecitava a frequentare la Parrocchia.

Eppure, quando Pio maturò l’orientamento verso la vita consacrata nell’Ordine dei Minimi, si dovette scontrare proprio con la ferma opposizione della madre. Carmela motivava la sua contrarietà con la gracilità di costituzione fisica del figlio, che aveva sofferto per tre anni a causa di un’infermità broncopolmonare e che aveva ottenuto l’esonero dal servizio militare per deficienza del perimetro toracico. Il suo timore, dunque, era fondato e per giunta accentuato dalla considerazione che la vita religiosa tracciata da san Francesco di Paola si fondava su una Regola molto austera. Oltre ai voti di obbedienza, povertà e castità, i Minimi, infatti, professano anche un quarto voto e cioè quello di vita quaresimale perpetua che consiste nel divieto di mangiare carne e in uno stile di vita ispirato alla maggiore penitenza.

Il fermo proposito di diventare santo e minimo

Il contrasto sulla sua vocazione sorto in famiglia causò una profonda sofferenza nel giovane, che veniva incoraggiato e confortato dalla sua guida spirituale. “Stia di buon animo – gli scriveva padre Paolo Rapa nel 1922 – con l’aiuto del Signore vinceremo tutto: i suoi genitori benediranno Dio che fa loro questa grande grazia. Preghiamo!”.

Finalmente il 13 ottobre 1924, Pio Dellepiane, accompagnato dal padre, lasciò la sua casa per entrare nel monastero di Rimini retto dai padri Minimi, suscitando un’ultima accesa reazione da parte della madre. La sorella Emilia ha raccontato tali attimi di tensione con queste esatte parole: “Mamma non gradì affatto l’idea che Pio si facesse Frate Minimo, perché temeva per la sua salute in quanto lo vedeva troppo gracile, e quando partì per il Santuario di S. Francesco di Paola gli corse dietro gettandogli dei sassi. In seguito [Pio] riuscì a calmare la mamma e le cose tra loro due tornarono buone ed affettuose come sempre”.

Il ricordo di quelle lacrime esortava il giovane frate a perseverare nei suoi propositi di diventare santo; al contrario, le avrebbe rese vane.

In uno scritto negli anni del noviziato, fra Pio, seppure in terza persona, parla di se stesso in questi termini:

«Si racconta d’un giovane, il quale volendo ritirarsi a vita claustrale, ne aveva opposizione da parte della mamma; ma lui mai piegò, né si lasciò vincere dalle lacrime materne, e quando quella gli diceva che avrebbe potuto santificarsi anche stando nel mondo, il giovane rispondeva: che voleva salvarsi e che troppi erano i lacci e le insidie per farsi frate. Or avvenne che crescendo negli anni andò raffreddandosi da quel fervore che aveva a principio e il Signore lo richiamò con un sogno: sembrava d’essere al finale giudizio e stare alla sinistra, ossia dalla parte dei reprobi; vedendolo la mamma e ripensando a quello che aveva sofferto per la sua dipartita da casa gli disse: “È questo quello che hai saputo fare dopo avermi fatto tanto penare?”. Nello stesso tempo il giovane si svegliò, però rimase talmente scosso e riconoscendo in tal fatto una chiamata del Signore, si ammendò e ritornò al primitivo fervore».

Un frate obbediente e itinerante

Compiuto il probandato, da Rimini tornò a Genova, dove svolse un biennio di noviziato guidato dal maestro padre Federico Winkler, che gli garantì una solida formazione. Dopo la professione solenne, nel 1930 fu ordinato sacerdote nel Duomo di San Lorenzo per l’imposizione delle mani del cardinale Dalmazio Minoretti.

La sua famiglia religiosa lo destinò immediatamente alla cura dei giovani frati, inizialmente come vice maestro dei probandi a Genova e poi come maestro a Rimini. Il compito di curare i religiosi nella fase germinale della loro vocazione era assai delicato, poiché richiedeva stabilità, equilibrio, prudenza e saggezza. Padre Pio, nonostante la sua giovane età, si rivelò un’ottima guida per i probandi e trovò anche il tempo di dedicarsi a confessioni e direzioni spirituali per i numerosi fedeli che frequentavano il Santuario. Già a Rimini si cominciò a delineare un particolare carisma del neo-sacerdote che nel Sacramento del Perdono riusciva a persuadere anche le anime più indurite.

A partire dal 1933, fu soggetto a diversi spostamenti, che lui accettò sempre di buon grado per amore e rispetto verso la sua famiglia religiosa.

Paolo Dellepiane ha descritto l’itineranza di Pio e il distacco dalla famiglia naturale in questi termini:

«Mio fratello stette per un anno a Genova durante il probandato ed ogni domenica papà mi portava a trovarlo al Santuario. In seguito e per molti anni, l’ho potuto frequentare solo raramente e di sfuggita; mi è stato possibile solo dopo il 1954, ed allora ho iniziato ad andarlo a trovare nei vari conventi sparsi per l’Italia dove l’aveva inviato l’obbedienza datagli dai Superiori. Qualche volta mio fratello veniva anche a Genova, ma non si fermava a dormire né in casa dei genitori e nemmeno presso qualche fratello o sorella, ma con molta austerità e osservanza della Regola, preferiva sempre ritirarsi in convento».

L’obbedienza verso i superiori, dunque, portò padre Pio a spostarsi di frequente sebbene vi siano stati anche lunghi periodi di permanenza in alcune sedi particolari.

Dal 1933 al 1947 rimase a Roma, nel santuario mariano di Sant’Andrea delle Fratte; si ritrovò in comunità con padre Paolo Rapa e assunse la funzione di vice parroco.

Nel 1948 fu inviato nuovamente a Rimini al convento di S. Antonio; l’anno successivo fu nominato responsabile del Santuario della Madonna di Bonora a Montefiore Conca. Vi rimase fino al 1953 e poi ritornò a Sant’Andrea delle Fratte a Roma.

Nel gennaio 1955 fu trasferito dai superiori nel convento di S. Francesco di Paola a Massalubrense, destinato a casa di formazione.

L’ultima sede occupata da padre Pio Dellepiane fu il convento romano di Santa Maria della Luce, dove rivestì l’incarico di superiore dal 1971 al 1973. Affetto da una grave forma di ipertensione che gli causava forti scompensi, fu prima ricoverato e poi portato a casa della sorella per essere assistito costantemente. A causa di una trombosi, morì fra le braccia di padre Andrea Lia, correttore generale di allora, il 12 dicembre 1976.

Una santità in punta di piede

Padre Alfredo Bellantonio diede alla biografia dedicata a padre Pio Dellepiane il titolo: Una santità…In punta di piede, per sintetizzare l’esperienza terrena di una persona che visse le virtù in maniera eroica e allo stesso tempo discreta e equilibrata. Non era un oratore particolarmente sciolto, ma risultava affabile e accogliente grazie al suo sorriso sempre abbozzato e al suo sguardo limpido. Il medico che lo curò nell’ultima malattia, Mario Grassi, in lui notava “la presenza di un equilibrio costante, in quanto dai suoi occhi sereni e luminosi traspariva soltanto un’anima semplice ed innamorata di Dio e della Madonna e costantemente tesa al bene del prossimo”. Questi occhi cerulei erano lo specchio della sua anima e rimasero il suo unico strumento di comunicazione quando la malattia gli impediva del tutto di parlare.

Dal 1964 in poi, padre Pio Dellepiane si legò molto a padre Pio da Pietrelcina e ne seguì l’esempio soprattutto come modello di direzione spirituale. Tra i due ci fu una grande stima reciproca, tanto che spesso lo Stimmatizzato del Gargano invitava i penitenti a rivolgersi a padre Pio Dellepiane, che usava chiamare “Dellevette” o “Altepiane” alludendo alla sua levatura spirituale.

“Sarà certamente un uomo di Dio, ma proprio non mi pare un campione delle alte cime”. Con queste parole ha confessato il suo iniziale e superficiale giudizio il frate cappuccino Andrea D’Ascanio, il quale ben sapeva la considerazione che padre Pio da Pietrelcina nutriva del Minimo. “Mi ero fatto di lui l’immagine di una grande aquila – prosegue il frate che poi divenne suo figlio spirituale -, ma la prima impressione fu quella di un passerotto, piccolo e timido. Mi fece quasi tenerezza, con quel sorriso sempre appena abbozzato, con quegli occhi azzurri di bimbo pieni di stupore, con la tanta difficolta a parlare, quasi gli mancassero le parole”. Frequentandolo, in seguito, ebbe modo di osservarlo meglio e “di sperimentare la sua delicatezza materna, la sua nobile signorilità, la sua sottile arguzia, la sua carità senza confini”.

Padre Pio Dellepiane è stato un frate dalla condotta irreprensibile, animato da virtù che per certi versi sono difficili da spiegare, poiché maturate in spazi difficilmente accessibili: nell’intimità di un confessionale, nel silenzio di una cella del convento, nelle periferie, impegnato in opere di carità verso ultimi senza voce.

Un novizio del tempo, fra Francesco Corigliano, lo ricorda in questi termini:

«Era persona dolce e comprensiva quando si ricorreva a lui per il ministero della confessione. Inoltre egli sapeva bene indirizzare ciascuno di noi sulla via della formazione, della vita religiosa, dell’osservanza della Regola, dimostrando con questo che si era ben meritata la fama di santità che ormai da anni lo accompagna, non solo all’interno del nostro Ordine, ma anche tra le persone del popolo che a lui facevano ricorso continuo, sia per il ministero sacro propriamente inteso, che per quella della carità ai più bisognosi».

I documenti e le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuto possono essere utili per avere almeno un’idea della sua indole e della sua spiritualità. Sia dai suoi scritti che dalle riflessioni dei suoi contemporanei è evidente una spiccata capacità comunicativa. Il suo linguaggio era semplice, lineare, diretto, privo di retorica, profondo e efficace. Pur essendo molto riservato, amava stare con la gente ed era incline a rapporti sociali cordiali.

Fu un uomo profondamente religioso, costantemente concentrato sulla volontà di Dio, a cui voleva decisamente uniformarsi. Svolse perciò un’intensa vita ascetica fatta di preghiera, di meditazione e di penitenza, conformemente a quanto richiesto dal suo ordine religioso.

Padre Pio si occupava anche di molte attività pastorali, come ad esempio la promozione e la cura di diversi gruppi di preghiera. Teneva in particolar modo alla formazione del gruppo dei “Piccoli adoratori”, cioè bambini che a turno facessero adorazione eucaristica. Si trattava di un’iniziativa molto cara anche a san Pio da Pietrelcina, che ancora continua con la denominazione di “Armata bianca”.

Nonostante il desiderio di padre Pio Dellepiane di passare inosservato, diversi testimoni riuscirono a cogliere chiari segni dell’intervento della grazia di Dio. Moltissimi figli spirituali testimoniano doni mistici quali il consiglio, il discernimento degli spiriti, la chiaroveggenza, la scrutazione dei cuori, la bilocazione. Amici e familiari si accorsero, soprattutto durante la sua ultima malattia, della presenza delle cosiddette stimmate invisibili, cioè degli arrossamenti sul dorso e sul palmo delle mani mentre celebrava la messa, e di un profumo tutto particolare che emanava il suo corpo anche dopo morto.

Diversi i casi in cui i devoti hanno potuto sperimentare l’intercessione di padre Pio ottenendo miracoli di guarigione fisica.

Degno figlio di San Francesco di Paola

Padre Pio Dellepiane trascorreva le sue giornate pregando e compiendo opere di bene riuscendo a trasmettere in maniera chiara la sua identità spirituale di figlio di san Francesco di Paola, fondatore dell’Ordine dei Minimi.

Mons. Pierino Galeone, che conosceva molto bene il Dellepiane, ha affermato: “In verità, posso dire che osservandolo ho compreso il messaggio dei Figli di S. Francesco di Paola e l’ho anche bene apprezzato nella sua dimensione spirituale”.

La Regola dell’Ordine dei Minimi prevede che i religiosi compiano un percorso di ascesi sulle orme del loro Fondatore e che osservino quattro voti solenni: ubbidienza, povertà, castità e vita quaresimale. In particolare, quest’ultimo voto è proprio tipico dei Minimi e può essere sintetizzato in un regime alimentare molto sobrio – quaresimale, appunto – e nella maggiore penitenza.

“Credo che mio zio si sia davvero distinto per la virtù della carità – ha detto la nipote Ester – ed in questo si era rivelato seguace di S. Francesco di Paola, come sempre aveva onorato il suo Fondatore per la sua perfetta adesione alla Regola monastica alla quale ha aderito con spirito di obbedienza e mortificazione. Ancora ricordo che mia madre non sapeva a che santo votarsi quando mio zio veniva in casa, perché egli osservava lo strettissimo digiuno quaresimale”.

La sua identità di vero minimo si vedeva soprattutto nell’ascesi penitenziale. Se ne accorse bene don Nello Castello, amico comune di padre Pio Delle Piane e padre Pio da Pietrelcina, che raccontò: “Quando gli si parlava di un peccatore difficile da avvicinare, egli si preparava con una notte di preghiera e di penitenza, e cosi ‘vinceva’ la partita con l’avversario”. Per questa ragione, proprio come san Francesco di Paola, spesso dormiva per terra. “Per chi lo conobbe – ha detto Romolo Cerroni, che era uno stretto collaboratore di padre Pio – era uomo di preghiera instancabile, unendola a sacrifici di ogni giorno con digiuni, e di notte giacendo in terra, e di questo me ne accorsi perché delle volte lo visitavo alla sera e al mattino seguente, e il suo letto non era mai scomposto”.

“Lo ricordo fedele al dovere nel suo Convento – prosegue don Nello – sempre sottomesso nelle croci che coglieva dal Cielo e vittima con Cristo per le anime. […] Era un’anima posseduta e compenetrata dall’unione con Maria e Gesù”.

Padre Pio incarnava la spiritualità di san Francesco di Paola, che si riassume nel motto Charitas, cioè amore verso Dio e verso i fratelli. Era particolarmente misericordioso verso i poveri, soprattutto in tempo di guerra. Alle necessità dei bisognosi sacrificava tutto: riposo, cibo e indumenti.

Il Correttore Generale, padre Andrea Lia, ha testimoniato che padre Pio si distingueva come frate minimo per via del “suo amore alla povertà e la dedizione alla carità, che andavano di pari passo. Egli era povero proprio perché tendeva a donare quanto possedeva, ed in Comunità i confratelli dovevano porre attenzione perché egli prendesse il giusto sostentamento nel cibo, perché c’era i1 rischio che non lo mangiasse, ma piuttosto lo riponesse per poi darlo in carità ai poveri”.

Con il Cristo sofferente fino alla fine

Trascorse l’ultimo periodo della sua vita a Roma, nel Santuario della Madonna della Luce. Vi giunse perché quella comunità era considerata problematica e i superiori ritenevano che padre Pio fosse la persona giusta per riportare la pace in convento.

Soffrendo di ipertensione, la sua salute peggiorò fino ad essere colpito da un ictus che gli causò una progressiva immobilità.

Alla sofferenza fisica si unì anche quella spirituale, causata da incomprensioni tra familiari e confratelli. Questi ultimi avevano deciso di affidare padre Pio alle cure ospedaliere e successivamente di destinarlo al Collegio dei Minimi all’EUR, al fine di garantirgli un soggiorno più arioso e più accogliente. I familiari, e in particolare la sorella Emilia e il marito Leopoldo Morini, ritennero che queste cure fossero del tutto insufficienti in considerazione dell’eccessivo dimagrimento del malato e così lo portarono a casa loro all’insaputa dei Padri. Mentre i familiari accusavano i frati di averlo “segregato”, il padre Provinciale di allora arrivò a definire padre Pio “fuggiasco”, accusandolo cioè di aver lasciato volutamente il convento.

“Non stette fuori convento per propria volontà – affermò padre Alessandro Galuzzi -, la quale cosa egli non avrebbe mai fatto e che del resto nemmeno sarebbe riuscito a pensare”. Padre Alessandro stesso insieme a padre Andrea Lia, che era il Correttore Generale dell’Ordine, si recarono a casa di Emilia Dellepiane e poterono verificare di persona le condizioni davvero gravi di padre Pio, che non avrebbe potuto in alcun modo ritornare in convento con le sue forze.

“Come Generale dell’Ordine – raccontò padre Andrea Lia -, cercai di mediare le due posizioni, tra il Provinciale e il Dellepiane, per un motivo di carità ed opportunità e di prudenza, ritenni giusto andarlo a trovare, e in tal maniera non far sentire a lui il distacco dall’Ordine e in qualche maniera sanare di fatto la situazione incresciosa che si era creata e sollevarlo anche nella sua sofferenza”. Dopo soli due giorni padre Pio morì confortato dal Padre Generale.

A casa della sorella, padre Pio continuò a svolgere il suo apostolato come meglio poteva, ascoltando i penitenti, celebrando la messa anche stando seduto, ma soprattutto testimoniando l’accettazione della sofferenza per amore verso il Cristo crocifisso.

Fra i suoi ultimi scritti vi è un documento che sintetizza la sua delicata spiritualità, un vero e proprio inno di ringraziamento, che viene considerato come il testamento spirituale di padre Pio Dellepiane:

«Col cantico della Madonna Magnificat esprimo il mio ringraziamento, perché Iddio mi ha creato, perché mi ha redento, perché mi ha santificato nel Battesimo e negli altri sacramenti; perché mi ha fatto appartenere alla Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica; perché mi ha perdonato i peccati; perché si è degnato di consacrarmi Sacerdote, dandomi il potere sul Corpo reale e sul Corpo Mistico dello stesso Divin Redentore; perché mi ha associato agli Apostoli per poter portare e ricordare agli uomini la Sua Parola di Vita Eterna; perché mi ha reso ministro di lavoro sacramentale per innumerevoli anime, e dispensatore del Divin Cibo Eucaristico; perché mi ha consentito di aver cura di molte anime.

Perché mi ha consacrato nella vita religiosa dei Minimi, Figli del grande Santo dell’umiltà, della penitenza e della Carità, San Francesco di Paola.

Nunc dimittis me, servum tuum, Domine, secundum Verbum tuum, in pace!»

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