Avvento: tempo di Maria, tempo del Cristiano

L’uomo, da sempre, ha avuto bisogno di indicazioni e di punti di riferimento, soprattutto quando ha deciso di intraprendere cammini ardui. Lo sanno bene i navigatori e tra questi coloro che iniziarono l’arte del saper navigare. Quando la barca è sospesa tra il buio del mare e il buio della notte tutto sembra giunto al ciglio della fine e ogni cammino può apparire come perduto ed in preda al pericolo. Non fu così per alcuni che ebbero il coraggio di alzare lo sguardo e impararono la geometria del cielo che li guidò fino alla meta sospirata. Le stelle: un dono di Dio, una risorsa per l’uomo.

Anche l’Avvento, in qualche modo, può essere paragonato ad un tempo buio in cui bisogna sapersi muovere. L’Avvento: un’annuale opportunità per ricominciare il cammino, attendere la luce della grotta e il vagito del Neonato che avranno il calore e il suono di una rinnovata concreta speranza di salvezza, di una rinnovata speranza di conversione.

Dunque, come muoversi nell’Avvento in attesa che risuoni il gloria natalizio? Come navigare tranquilli verso questa meta senza il timore che le sirene adulatrici dei luminosi festoni e della smania di shopping convulsivo pre-natalizio ci possano distrarre dal vero senso di tutto? [questo pericolo è sempre in agguato e cresce d’anno in anno insieme alle esigenze commerciali] Domanda dalla semplice risposta: bisogna alzare lo sguardo al cielo e guardare la stella che brilla di più, la stella che con il suo ascolto ha riconfigurato il cammino di coloro che cercano Dio: la Vergine Maria, fanciulla dell’ascolto e Signora dell’Avvento.

Scrisse San Bernardo di Chiaravalle in una sua orazione: “O tu che sei immerso nelle vicissitudini della vita e, più che camminare sulla solida terra, hai l’impressione di essere sballottato fra tempeste e uragani: se non vuoi finire travolto dall’infuriare dei flutti, non distogliere lo sguardo dal chiarore di questa stella! Se insorgono i venti delle tentazioni, se t’imbatti negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria! Se vieni assalito dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, dell’invidia, della gelosia: guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira, l’avarizia o le lusinghe della carne scuotono la navicella della tua anima: guarda la stella, invoca Maria […]”.

Maria può comprenderci perché più di ogni altra persona è stata la donna dell’attesa: ha vissuto prima l’attesa del Messia, così come la sua fede ebraica le aveva insegnato a fare; a questa, quando è subentrato lo sconvolgimento dell’annuncio, si è aggiunta l’attesa legata al lungo viaggio da Nazareth fino a Ain Karem (villaggio a Sud di Gerusalemme dove la tradizione colloca la casa di Zaccaria) per aiutare la cugina Elisabetta nell’ultimo tratto di quella inaspettata e miracolosa gravidanza; poi i mesi della gestazione che per ogni donna sono l’emblema dell’attesa dolce e piena di apprensione; ed ecco il parto, in condizioni disagevoli e poi la fuga verso una terra che potesse garantire sicurezza, l’attesa di una quotidianità che assicurasse serenità. La crescita di Gesù in età, sapienza e grazia (cf. Lc 2, 52) l’ha poi condotta a quell’ultima attesa che l’ha accompagnata per tutta la vita: quella del compimento delle promesse divine sulla redenzione. Solo poche pennellate che ci fanno comprendere come non possa esistere cristiano che meglio della Vergine Maria sappia parlarci dell’attesa e farci comprendere che  il trepidare dell’attesa è un sentimento del credente fin dalle origine prime del cristianesimo.

Ma cosa cogliere da questo? Anzitutto che Maria ha saputo riconoscere ed attendere ma soprattutto ha saputo rinnegare le proprie aspettative e la propria immagine divina per abbracciare le aspettative di un annuncio e di un Neonato, per abbracciare l’immagine di un Dio che non pensa e non agisce così come le avevano insegnato ad attendere ma che gattona per casa, che fa i capricci, che la aiuta nella gestione della casa, che gioca in cortile con gli altri adolescenti di Nazareth, che va a scuola e che impara dal padre, Giuseppe, un mestiere quello del falegname. (cf. P. Curtaz, Maria con i piedi per terra, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015, 97 e ss.)

L’Avvento è tempo di preparazione all’arrivo di Dio nella nostra vita e Maria in questo è maestra. Se seguiremo il suo esempio allora questo tempo non sarà sterile, ma ci permetterà di curare il nostro cuore, ci porterà ad ararlo con dedizione e disossarlo dai macigni del peccato perché possa accogliere  e custodire  il seme da cui spunterà il germoglio che porterà frutti. Ne porterà in abbondanza e soprattutto saranno frutti di Dio e non della zizzania.

Quali dunque le due caratteristiche da cogliere in Maria e da mettere in pratica? Ce le dice direttamente Gesù:

«Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”» (Lc 11, 27-28).

Ecco a cosa serve l’Avvento, ecco cosa trarre dall’esempio di Maria per esercitarsi in questo tempo. Due verbi: ascoltare e osservare/mettere in pratica. L’Avvento dev’essere scuola di ascolto e di perseveranza. Questo ha fatto Maria: ha prestato ascolto all’annuncio dell’angelo Gabriele e alla voce di Dio che gli giungeva per suo tramite e lo ha messo in pratica nella perseveranza della Fede. Senza questi due verbi non può esistere il cristiano.

Dunque in questo tempo, neanche tanto lungo, bisogna porsi nell’atteggiamento dell’ascolto che necessariamente esige il silenzio dell’anima. Cos’è? È il far tacere tutto ciò che turba il nostro cuore e che ci distrae dalla ricerca del nostro “centro di gravità permanente” ovvero Dio. San Francesco di Paola, nella Regola scritta per i laici che vogliono seguire la spiritualità penitenziale, parlando del modo pratico con cui attualizzare la vita penitenziale, ai Terziari che devono professarla nel quotidiano e che quindi sono esortati ad essere sempre più amici di Dio, scrive: “Mundi… rumores… salubriter respuatis”, fuggite/rigettate/allontanate/sdegnate in modo salutare i vuoti fasti del mondo/i rumori del mondo. (San Francesco di Paola, Regola del Terz’Ordine, cap. IV n. 12). Questo è il genere di silenzio necessario ad una preghiera che possa essere dialogo e non soltanto una lista della spesa. Dunque ascoltare è la chiave dell’Avvento, ascoltare ed attendere. Questo può avvenire soltanto nella preghiera che diviene anche luogo di perseveranza: bisogna perseverare prima nello spirito e poi nella pratica quotidiana.

È la preghiera quel “di più” che può fare la differenza e ci può donare una vera rinascita nel mistero di Dio. Fuori dalla preghiera autentica non esiste possibilità di ascolto sincero di Dio.

Sforziamoci in questo periodo di impegnarci in un preghiera che sappia essere luogo di incontro e dialogo con Dio ed anche luogo di attesa di un Dio che si presenterà a noi non come vogliamo immaginarlo noi, ma con le fattezze che gli sono proprie.

A voi tutti un buon cammino di Avvento nella preghiera, nell’ascolto e nella perseveranza.

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.

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