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FUGGIRE LA MONDANITÀ: IL PROGETTO DI FRANCESCO DI PAOLA

«Santo Padre, […] quali sono le criticità della Chiesa di oggi?», «[…] oggi il male della Chiesa più grande, più grande è la mondanità spirituale, una Chiesa mondana. Un grande teologo, De Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che può accadere alla Chiesa, peggio ancora che il male dei papi libertini […]»

Sono queste soltanto alcune battute della lunga intervista che Papa Francesco ha concesso al giornalista Fabio Fazio, durante la trasmissione “Che tempo che fa” andata in onda il 6 febbraio scorso. Una lunga intervista che ha toccato svariati temi e che non poteva ignorare l’interrogativo sul volto della Chiesa del futuro e sui mali di quella del presente. 

Ogni corpo vivente deve fare i conti con la sofferenza e talvolta con alcuni mali che mettono seriamente in discussione il suo crescere e persistere nella storia attuale. Questo è il caso della Chiesa, che come corpo vivente di Cristoè chiamata a fronteggiare i tanti mali che vorrebbero vederla esanime o, peggio ancora, priva di fede e di significato. 

Come bene ha evidenziato Papa Francesco, uno dei mali più crudeli che possa affliggere la Chiesa è la mondanità, ovvero il piegarsi allo spirito del mondo, il cambiare la propria mentalità passando da quella evangelica a quella in cui il Vangelo è scandalo e ribrezzo, quasi idiozia oppure facile nascondiglio dove coltivare i propri interessi. 

Vivere da mondani vuol dire adattarsi alla rilassatezza del mondo; adattarsi a quel mondo in cui i principi e i valori di una fede autentica, fondata e alimentata da Cristo, vengono visti come superati dall’evolversi dei tempi, privi di contenuto, da vivere nel privato, da combattere perché ostacoli ad una piena realizzazione dell’uomo o al raggiungimento di una vita felice. Vivere da mondano vuol dire non “militare più per il re celeste” (III Regola del Terz’Ordine dei Minimi (IIIRT), cap. I, 1) ma militare per il principe del mondo, alle condizioni da lui dettate e per interessi che allontanano dalla “speranza di entrare nella vita eterna” (IIIRT, I, 1). Questi sono soltanto alcuni esempi di come poter declinare il concetto di mondanità, ma ne esistono molti altri. 

Alcune modalità dell’essere mondani sono poi molto sottili ed ambigue: si vestono di bene ma in realtà non lo sono; purtroppo va detto che sono proprio queste modalità sottili che affliggono maggiormente gli uomini di Chiesa – che hanno dimenticato come fare il discernimento degli spiriti –, modalità subdole con cui il male li seduce e li conduce per altre vie.

Illuminati da questa brevissima, e non completa, spiegazione del termine mondanità – che speriamo in futuro di poter approfondire – non è difficile comprendere quanto questo male stia minacciando la vita autentica della Chiesa. Non è difficile comprendere l’urgenza che accompagna questo tema e la perentorietà che richiedono l’esigenza di ritorno ad una vita evangelica. Eppure va detto che, seppur anche con nuove modalità, questo male non è nuovo in seno alla vita ecclesiale. Periodicamente torna quasi come una febbre che, se non si è vigilanti, prende subito il sopravvento con il rischio di trasformarsi in malattia mortale. La mondanità è una minaccia per la vita di oggi ma lo è stata anche per la vita di ieri, e se non porremo subito rimedio potrebbe trasformarsi nella costante del domani. Questa costatazione in parte può gettare nello sconforto: “ancora non abbiamo imparato a fuggire questo pericolo?”, mentre dall’altra può essere di notevolissimo aiuto: “capiamo quale farmaco hanno usato i nostri padri e guariamo anche noi questo male!”, infatti la cura è sempre la stessa: fuggire la mondanità![1]

Volendo guardare al passato, facilmente ritroviamo le stesse problematiche nella Chiesa del XV secolo, il secolo di S. Francesco di Paola. Una Chiesa in cui la tensione evangelica si era allentata al punto da renderla quasi irriconoscibile, sotto alcuni aspetti e per alcuni valori. Una Chiesa in cui lo sfarzo e la mentalità del potere signorile del tempo si erano depositati, quasi come sottilissima polvere, sulla veste della santità. Una Chiesa in cui era necessario preservare i confini, guardare agli affari, non curarsi troppo dei valori di autenticità e di originalità della fede cristiana. Una Chiesa in cui la vita religiosa aveva perso il suo mordente perché si era fatta ammaliare dallo sfavillare delle fiaccole e dalle musiche assordanti del mondo, che proponeva il proprio cliché come condizione necessaria per avere rispetto.

In questo panorama, che può apparire esagerato e desolante, la Chiesa quale corpo vivente di Cristo ha sviluppato, mediante l’azione dello Spirito Santo, i suoi anticorpi! Ovvero i suoi modi per arginale il male e tornare ad una vita piena alla sequela di Cristo. Tra questi “anticorpi” figura, certamente, San Francesco di Paola e l’Ordine da lui fondato: l’Ordine dei Minimi; il quale già nel nome si propone di attuare il precetto dettato dal Redentore: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20, 25-26).

San Francesco di Paola comprese l’urgenza e la necessità di vivere autenticamente il Vangelo, senza riserve, senza edulcorazioni: vivere la radicalità del Vangelo per amore! È questa la medicina più forte! È questo lo scopo della sua vita: fuggire la mondanità per vivere in Cristo e soltanto di Cristo. Questo è il suo programma di riforma, che mette in atto nella sua vita e che si fa richiamo travolgente per quanti desideravano lo stesso cambiamento nella Chiesa. Va da sé che lì dove tutto sta scendendo nelle tenebre del mondo, un simile scopo di vita inizia ad emettere una luce nuova, ma che è antica, una luce inarrestabile, la luce del Padre delle luci, e così Francesco di Paola e la Regola da lui scritta tornano ad essere “luce per illuminare i penitenti nella Chiesa” (Bolla Inter Coeteros di Papa Giulio II con cui si approva la quarta Regola dell’Ordine dei Minimi – 1506). 

San Francesco di Paola, educato dalla famiglia ad una vita modesta e sobria, capì che per essere autentico seguace del Vangelo, per proteggere se stesso dall’agguato della mondanità, doveva tornare alla consuetudini dei Padri e così riprese le antiche abitudini dei Padri del deserto ovvero riprese uno stile di vita che si basava esclusivamente su Cristo, un modo di vivere che stima tutto inferiore a Cristo e che è disposto a rinunciare a tutto pur di raggiungere l’Amato. 

Dunque, riscoprì le pratiche penitenziali della Chiesa antica e le fece diventare il suo modus operandi, anzi le elevò a condizione necessaria per raggiungere il Paradiso per i suoi seguaci ovvero coloro che sono disposti ad impegnarsi attraverso il voto di vita quaresimale a vivere per tutta la vita i sentimenti di conversione, che la Chiesa sente maggiormente durante la quaresima; ovvero per coloro che “morti al mondo, ma vivi per Dio, e deposti i desideri mondani prestano costantemente un devoto e sincero servizio, illuminando la stessa Chiesa militante con molti doni di virtù e con il loro esempio attraggono alla lode della Maestà divina” (Bolla Inter Coeteros di Papa Giulio II – 1506)

L’invito che il Santo Paolano rivolge ai Terziari, i fedeli laici che scelgono di professare la Regola da lui scritta e di praticare il suo stesso stile di vita, risulta privo di ambiguità; anzi gode di quella chiarezza evangelica che porta a dire “si si, no no” davanti alle proposte del mondo che possono distogliere dalla sequela di Cristo. 

Scrive – San Francesco di Paola – ai Terziari Minimi: “Adempiendo in modo salutare il precetto salvifico del discepolo dell’amore privilegiato, non amate il mondo né ciò che è nel mondo. […] Fuggite […] in modo salutare le vanità del mondo e i suoi onori e i suoi vuoti fasti, la pompa e la gloria del secolo transeunte e le sue opere periture”. E continua: “Infatti, fallace è la gloria di questo secolo e fallaci sono le ricchezze. Ma sono senza dubbio felici coloro che pensano più a una vita virtuosa che a una lunga, e più a una coscienza pura che a un forziere pieno” (RT, IV, 10). Possiamo comprendere così come fuggire la mondanità, fuggire i rumores mundi, fuggire i fasti del mondo per abbracciare una vita in cui la coscienza si riconosca pulita davanti a Dio perché ha messo in pratica i precetti dell’Amore e della carità, non sia una questione di secondo ordine ma piuttosto una priorità da cui dipende la felicità, da cui dipende la pace, da cui dipende la via, da cui dipende il cielo. 

Queste sono soltanto alcune pennellate; sarebbe impensabile dire tutto in poche righe e racchiudere in un breve articolo la ricchezza e la profondità della spiritualità Minima. Strumenti per approfondire non ne mancano per chi vuole. È una spiritualità che lo Spirito ha suscitato nella Chiesa come farmaco per curare la stessa piaga che sta minacciando anche i nostri giorni: la mondanità.

Sappiamo qual è la malattia (mondanità), abbiamo già un farmaco (la spiritualità Minima), chissà che la guarigione non sia più celere. 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m. 


[1] Si badi bene che non si intende disprezzare il creato. Esso in quanto originato l’azione creatrice di Dio non può che essere buono. Fuggire la mondanità vuol dire rendersi impermeabili a quella mentalità che nel mondo è entrata a causa del peccato e che distoglie lo sguardo dall’Amore di Dio per volgerlo alla presunta onnipotenza dell’uomo. 


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