II. PADRE NELL’ACCOGLIENZA – 1 parte

Torniamo a riflettere sulle figure di come San Giuseppe e San Francesco e come possano essere di ispirazione grazie al titolo “Padre nell’accoglienza”. Seguono i link per rileggere le precedenti riflessioni:

  1. https://www.madonnadelmiracolo.it/come-due-binari-paralleli-e-concordi/
  2. https://www.madonnadelmiracolo.it/padre-nellobbedienza-1-parte/
  3. https://www.madonnadelmiracolo.it/padre-nellobbedienza-2-parte/

La svolta è quando si passa dalla cupidigia all’offerta

Il secondo spunto di riflessione, che ci viene offerto dalla Lettera Apostolica Patris Corde, è “Padre nell’accoglienza”, tema che, in qualche modo, ci aiuta a rinforzare i concetti che già abbiamo tracciato nell’obbedienza. Papa Francesco, infatti, ci presenta San Giuseppe sotto un aspetto che assume due dimensioni: in primo luogo quello dell’accoglienza di Dio e successivamente quello dell’accoglienza del prossimo. 

Giuseppe fu uomo dell’accoglienza perché seppe ricevere con benevolenza anche ciò che non riuscì a comprendere immediatamente (Patris Corde, 4). Si aprì all’ignoto basandosi sulla fiducia in Chi quell’ignoto lo proponeva, seguendo così l’esempio dei suoi Padri: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè ecc. Ai normali sentimenti di delusione, ribellione o ancora di turbamento, egli contrappose un atteggiamento “nuovo”, l’atteggiamento di colui che non preclude nulla alla propria vita perché la riconosce anzitutto strumento nelle mani di un Altro e non esclusivo possedimento di cui godere e disporre come meglio gli aggrada. 

La svolta nella vita avviene proprio quando si passa dalla cupidigia all’offerta della propria esistenza. Tutto cambia quando dal “perché?” si passa al “per chi?” della propria esperienza e così facendo ci si riconosce strumenti per la salvezza degli altri[1]. Se sono strumento per te, allora non posso fare altro che accoglierti e accogliere il progetto che insieme ci coinvolge.

Ci dice Papa Francesco che Giuseppe seppe accogliere e riconciliare anzitutto la propria storia così da poter aprirsi a qualcosa che lentamente gli si andava rivelando. Il tema dell’accoglienza e della riconciliazione sono necessariamente collegati tra loro. Egli «non è un uomo rassegnato passivamente»[2] bensì con la sua accoglienza manifesta la docilità e «il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza»[3]

Dobbiamo quindi cancellare dalla nostra mente l’idea di un San Giuseppe che subisce incondizionatamente senza avere il coraggio di ribellarsi a Dio per far valere il suo pensiero, per far spazio alla figura di un San Giuseppe “attento ai segni dei tempi[4], attento alla voce dello Spirito, disposto ad accogliere perché altrettanto disposto a servire anche in modi a lui sconosciuti. 

Vi è poi un altro aspetto dell’accoglienza che ci viene proposto ed è quello relativo al prossimo. Umanamente parlando sappiamo quanto sia difficile l’accoglienza del prossimo, sia di quello nostro conterraneo sia di quello straniero. 

L’accoglienza del prossimo in qualche modo mette in discussione la nostra capacità di saperci “governare”. Soltanto chi è capace di gestire se stesso – con le proprie emozioni, desideri e paure – è altrettanto capace di aprirsi all’accoglienza dell’altro che giungendo porterà necessariamente quelli che sono i suoi progetti, le sue ansie e le sue aspettative. Forse proprio per questa sua difficoltà, l’accoglienza è il sintomo più eloquente e espressivo di chi sa veramente amare.

Siamo abituati a vedere come simbolo dell’accoglienza la figura della donna in gravidanza e, per chi è religioso, l’emblema per eccellenza è la Vergine Maria in attesa del Redentore. La donna che aspetta un bambino e lo ama infinitamente è in grado di annientare se stessa nell’intento di accogliere al meglio quella vita “straniera” che si fa spazio nel suo grembo. È capace di modificare le proprie abitudini e di rinunciare a ciò che più le aggrada al fine di disporre il proprio corpo come ambiente sano e propizio alla nascente vita. Oggi riscopriamo, grazie a San Giuseppe, che anche l’uomo può manifestare la medesima capacità e disposizione di accoglienza e di amore. Certamente non in modo fisico, così come Dio ha concesso alla donna, ma in altro modo che tuttavia conserva la stessa preziosità.

L’uomo infatti ha due modi specifici di accogliere, l’uno strettamente collegato all’altro: quello della predilezione e quello del lavoro

La predilezione è quella capacità che l’uomo manifesta ponendo al primo posto nella scala delle proprie priorità il prossimo, la vita nascente o la vita bisognosa. La predilezione è il primo sintono e segno dell’Amore. L’Amore è predilezione. Se così non fosse, non sarebbe vero amore[5]. La predilezione porta a quell’annientamento che pone in primo luogo le attese e i bisogni dell’altro. Così l’uomo è capace di quello svuotamento che lo porta a consumarsi nel lavoro[6] – secondo modo specifico di quest’amore – al fine di togliersi dal baricentro della propria vita e consumarsi per realizzare sogni che non gli appartengono direttamente ma che sono entrati nella sua vita grazie all’accoglienza di un “secondo individuo”.

«Perché l’amore che dà la vita è un amore che si esprime così: io non sono più il centro. L’amore è decentrarsi e togliersi di mezzo, perché chi stai amando diventa il centro»[7].

È l’esperienza di San Giuseppe, che svuota la propria esistenza dei progetti personali che aveva ideato per abbracciare il progetto, destinato principalmente a Maria. È l’esperienza di San Giuseppe che rinuncia alla propria naturale libertà per accoglie una vita nascente e per sostenere con il proprio lavoro i bisogni di questo nuovo prossimo. 

Scopriamo allora che se nella donna l’accoglienza è sinonimo di fertilità e di docilità all’amore, nell’uomo l’accoglienza è sinonimo di custodia del prossimo. Custodia tante volte silenziosa e anche incompresa di chi la “subisce”. Dove scorgere l’atteggiamento di custodia in San Giuseppe? Come Egli esercita il ruolo di custode? 

È il Vangelo la prima e autenticissima fonte in cui scorgiamo la custodia di Giuseppe, una custodia fatta non di parole ma di azioni. Egli esercita il suo ruolo: «Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù»[8].

Egli ogni qual volta si prospetta una necessità o un pericolo non esita ma «si alza, prende con sé il Bambino e sua madre, e fa ciò che Dio gli ha ordinato» (Patris Corde, 5). Non è forse questo il modo più manifesto con cui ci dimostra il suo atteggiamento di custode? Egli si prende cura di «Gesù e Maria sua madre [che] sono il tesoro più prezioso della nostra fede» (Patris Corde, 5).

In tal modo Giuseppe diventa anche emblema dell’affidabilità: «[E’] la persona più affidabile che sia mai esistita, diversamente Dio non gli avrebbe affidato le cose più preziose che possedeva: il bambino e sua madre»[9].

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] «Non è così importante concentrarsi e domandarsi perché vivo, ma per chi vivo. Imparate a farvi questa domanda: non per cosa vivo, ma per chi vivo, con chi condivido la mia vita». Papa Francesco, Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone. Incontro con i giovani. Discorso del Santo Padre. 25 novembre 2019, consultabile all’URL: <https://tinyurl.com/y6z7t97o> (accesso il 08.01.2021).

[2] Ivi.

[3] Ibidem.

[4] «[S]a ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge». Papa Francesco, Santa Messa, imposizione del pallio e consegna dell’anello del Pescatore per l’inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Omelia del Santo Padre Francesco. 19 marzo 2013 (in seguito=Omelia d’inizio del Ministero Petrino), consultabile all’URL: <https://tinyurl.com/y6p4pvfq> (accesso il 08.01.2021).

[5] «Dovremmo quasi dire che l’amore è l’esperienza della preferenza, del sentirci unici rispetto a tutto il resto. Nell’amore, una cosa non vale l’altra. Ci sono cose che valgono e cose che non valgono, nell’amore. […] Se un genitore dà a qualunque figlio le stesse cose, e non comprende che ogni figlio è unico e irripetibile e ha bisogno di ricevere, per così dire, in maniera simbolica, la propria tunica, con la propria taglia […] allora quel padre, quella madre, quei genitori stanno sì educando, ma di un amore che tirerà fuori molto spesso rancore e risentimento». L. M. Epicoco, Telemaco non si sbagliava. O del perché la giovinezza non è una malattia, San Paolo, Milano 2020, 73-75.

[6] «Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia». Patris Corde, 6, ______.

[7] L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 53.

[8] Papa Francesco, Omelia d’inizio del Ministero Petrino. 

[9] L. M. Epicoco, Qualcuno a cui guardare. Per una spiritualità della testimonianza, Città Nuova, Roma 2019, 129.

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