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II. PADRE NELL’ACCOGLIENZA – 1 parte

Torniamo a riflettere sulle figure di come San Giuseppe e San Francesco e come possano essere di ispirazione grazie al titolo “Padre nell’accoglienza”. Seguono i link per rileggere le precedenti riflessioni:

  1. https://www.madonnadelmiracolo.it/come-due-binari-paralleli-e-concordi/
  2. https://www.madonnadelmiracolo.it/padre-nellobbedienza-1-parte/
  3. https://www.madonnadelmiracolo.it/padre-nellobbedienza-2-parte/

La svolta è quando si passa dalla cupidigia all’offerta

Il secondo spunto di riflessione, che ci viene offerto dalla Lettera Apostolica Patris Corde, è “Padre nell’accoglienza”, tema che, in qualche modo, ci aiuta a rinforzare i concetti che già abbiamo tracciato nell’obbedienza. Papa Francesco, infatti, ci presenta San Giuseppe sotto un aspetto che assume due dimensioni: in primo luogo quello dell’accoglienza di Dio e successivamente quello dell’accoglienza del prossimo. 

Giuseppe fu uomo dell’accoglienza perché seppe ricevere con benevolenza anche ciò che non riuscì a comprendere immediatamente (Patris Corde, 4). Si aprì all’ignoto basandosi sulla fiducia in Chi quell’ignoto lo proponeva, seguendo così l’esempio dei suoi Padri: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè ecc. Ai normali sentimenti di delusione, ribellione o ancora di turbamento, egli contrappose un atteggiamento “nuovo”, l’atteggiamento di colui che non preclude nulla alla propria vita perché la riconosce anzitutto strumento nelle mani di un Altro e non esclusivo possedimento di cui godere e disporre come meglio gli aggrada. 

La svolta nella vita avviene proprio quando si passa dalla cupidigia all’offerta della propria esistenza. Tutto cambia quando dal “perché?” si passa al “per chi?” della propria esperienza e così facendo ci si riconosce strumenti per la salvezza degli altri[1]. Se sono strumento per te, allora non posso fare altro che accoglierti e accogliere il progetto che insieme ci coinvolge.

Ci dice Papa Francesco che Giuseppe seppe accogliere e riconciliare anzitutto la propria storia così da poter aprirsi a qualcosa che lentamente gli si andava rivelando. Il tema dell’accoglienza e della riconciliazione sono necessariamente collegati tra loro. Egli «non è un uomo rassegnato passivamente»[2] bensì con la sua accoglienza manifesta la docilità e «il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza»[3]

Dobbiamo quindi cancellare dalla nostra mente l’idea di un San Giuseppe che subisce incondizionatamente senza avere il coraggio di ribellarsi a Dio per far valere il suo pensiero, per far spazio alla figura di un San Giuseppe “attento ai segni dei tempi[4], attento alla voce dello Spirito, disposto ad accogliere perché altrettanto disposto a servire anche in modi a lui sconosciuti. 

Vi è poi un altro aspetto dell’accoglienza che ci viene proposto ed è quello relativo al prossimo. Umanamente parlando sappiamo quanto sia difficile l’accoglienza del prossimo, sia di quello nostro conterraneo sia di quello straniero. 

L’accoglienza del prossimo in qualche modo mette in discussione la nostra capacità di saperci “governare”. Soltanto chi è capace di gestire se stesso – con le proprie emozioni, desideri e paure – è altrettanto capace di aprirsi all’accoglienza dell’altro che giungendo porterà necessariamente quelli che sono i suoi progetti, le sue ansie e le sue aspettative. Forse proprio per questa sua difficoltà, l’accoglienza è il sintomo più eloquente e espressivo di chi sa veramente amare.

Siamo abituati a vedere come simbolo dell’accoglienza la figura della donna in gravidanza e, per chi è religioso, l’emblema per eccellenza è la Vergine Maria in attesa del Redentore. La donna che aspetta un bambino e lo ama infinitamente è in grado di annientare se stessa nell’intento di accogliere al meglio quella vita “straniera” che si fa spazio nel suo grembo. È capace di modificare le proprie abitudini e di rinunciare a ciò che più le aggrada al fine di disporre il proprio corpo come ambiente sano e propizio alla nascente vita. Oggi riscopriamo, grazie a San Giuseppe, che anche l’uomo può manifestare la medesima capacità e disposizione di accoglienza e di amore. Certamente non in modo fisico, così come Dio ha concesso alla donna, ma in altro modo che tuttavia conserva la stessa preziosità.

L’uomo infatti ha due modi specifici di accogliere, l’uno strettamente collegato all’altro: quello della predilezione e quello del lavoro

La predilezione è quella capacità che l’uomo manifesta ponendo al primo posto nella scala delle proprie priorità il prossimo, la vita nascente o la vita bisognosa. La predilezione è il primo sintono e segno dell’Amore. L’Amore è predilezione. Se così non fosse, non sarebbe vero amore[5]. La predilezione porta a quell’annientamento che pone in primo luogo le attese e i bisogni dell’altro. Così l’uomo è capace di quello svuotamento che lo porta a consumarsi nel lavoro[6] – secondo modo specifico di quest’amore – al fine di togliersi dal baricentro della propria vita e consumarsi per realizzare sogni che non gli appartengono direttamente ma che sono entrati nella sua vita grazie all’accoglienza di un “secondo individuo”.

«Perché l’amore che dà la vita è un amore che si esprime così: io non sono più il centro. L’amore è decentrarsi e togliersi di mezzo, perché chi stai amando diventa il centro»[7].

È l’esperienza di San Giuseppe, che svuota la propria esistenza dei progetti personali che aveva ideato per abbracciare il progetto, destinato principalmente a Maria. È l’esperienza di San Giuseppe che rinuncia alla propria naturale libertà per accoglie una vita nascente e per sostenere con il proprio lavoro i bisogni di questo nuovo prossimo. 

Scopriamo allora che se nella donna l’accoglienza è sinonimo di fertilità e di docilità all’amore, nell’uomo l’accoglienza è sinonimo di custodia del prossimo. Custodia tante volte silenziosa e anche incompresa di chi la “subisce”. Dove scorgere l’atteggiamento di custodia in San Giuseppe? Come Egli esercita il ruolo di custode? 

È il Vangelo la prima e autenticissima fonte in cui scorgiamo la custodia di Giuseppe, una custodia fatta non di parole ma di azioni. Egli esercita il suo ruolo: «Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù»[8].

Egli ogni qual volta si prospetta una necessità o un pericolo non esita ma «si alza, prende con sé il Bambino e sua madre, e fa ciò che Dio gli ha ordinato» (Patris Corde, 5). Non è forse questo il modo più manifesto con cui ci dimostra il suo atteggiamento di custode? Egli si prende cura di «Gesù e Maria sua madre [che] sono il tesoro più prezioso della nostra fede» (Patris Corde, 5).

In tal modo Giuseppe diventa anche emblema dell’affidabilità: «[E’] la persona più affidabile che sia mai esistita, diversamente Dio non gli avrebbe affidato le cose più preziose che possedeva: il bambino e sua madre»[9].

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] «Non è così importante concentrarsi e domandarsi perché vivo, ma per chi vivo. Imparate a farvi questa domanda: non per cosa vivo, ma per chi vivo, con chi condivido la mia vita». Papa Francesco, Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone. Incontro con i giovani. Discorso del Santo Padre. 25 novembre 2019, consultabile all’URL: <https://tinyurl.com/y6z7t97o> (accesso il 08.01.2021).

[2] Ivi.

[3] Ibidem.

[4] «[S]a ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge». Papa Francesco, Santa Messa, imposizione del pallio e consegna dell’anello del Pescatore per l’inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Omelia del Santo Padre Francesco. 19 marzo 2013 (in seguito=Omelia d’inizio del Ministero Petrino), consultabile all’URL: <https://tinyurl.com/y6p4pvfq> (accesso il 08.01.2021).

[5] «Dovremmo quasi dire che l’amore è l’esperienza della preferenza, del sentirci unici rispetto a tutto il resto. Nell’amore, una cosa non vale l’altra. Ci sono cose che valgono e cose che non valgono, nell’amore. […] Se un genitore dà a qualunque figlio le stesse cose, e non comprende che ogni figlio è unico e irripetibile e ha bisogno di ricevere, per così dire, in maniera simbolica, la propria tunica, con la propria taglia […] allora quel padre, quella madre, quei genitori stanno sì educando, ma di un amore che tirerà fuori molto spesso rancore e risentimento». L. M. Epicoco, Telemaco non si sbagliava. O del perché la giovinezza non è una malattia, San Paolo, Milano 2020, 73-75.

[6] «Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia». Patris Corde, 6, ______.

[7] L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 53.

[8] Papa Francesco, Omelia d’inizio del Ministero Petrino. 

[9] L. M. Epicoco, Qualcuno a cui guardare. Per una spiritualità della testimonianza, Città Nuova, Roma 2019, 129.

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 2 parte

Destino? No grazie. Meglio: scelta vocazionale!

Torniamo a riflettere su come San Giuseppe e San Francesco possano essere di ispirazione grazie al titolo “Padre nell’obbedienza” (Cf precedente riflessione). 

San Francesco nasce secondo modalità prodigiose, così come ci raccontano le prime agiografie scritte dai suoi discepoli contemporanei. Nasce in una famiglia che viveva ardentemente la fede; sappiamo infatti che sia Giacomo che Vienna erano ferventi credenti in Dio e che vivevano nel sano e santo timore dell’Altissimo[1]. Tuttavia non dobbiamo credere ad una predestinazione di San Francesco fin dalla sua nascita. Faremmo grave torto a Lui e a Dio se credessimo a questo. 

Ma attenzione non vorrei essere frainteso quando parlo di “predestinazione”. È opportuno fare chiarezza. Nella vita quotidiana, quando siamo a confronto con i fatti che accadono, si fa largo nelle nostre menti il concetto che siamo predestinati[2] a qualcosa, che il destino sceglie per noi e che noi siamo soltanto degli attori che, in fin dei conti, recitano un copione già scritto da qualcun altro. Chi poi è un po’ più religioso, attribuisce la scrittura di questo copione al Creatore, così che noi siamo solo esecutori di un qualcosa che non dipende pienamente da noi, ma da Dio che diventa così origine di ogni bene, ma anche causa di tutti i mali. Tutto accade necessariamente per realizzare questo disegno il cui compimento è irrefrenabile e in cui noi non abbiamo scelto nulla. Questo pensiero è quanto di più sbagliato possa esistere.

Lo possiamo affermare in modo netto e senza nessuna ambiguità: il destino – come siamo abituati comunemente  a concepirlo – non esiste[3]!!! Esiste la Provvidenza che è cosa ben diversa[4]

Questa scusa che ci siamo inventati – il destino che l’uomo incolpa fin dalla notte dei tempi delle proprie sventure – vuol essere niente di più che una panacea contro il senso di colpa che scuote la nostra coscienza ogni qual volta commettiamo qualche assurdità. 

Dio non impone mai nulla a nessuno[5]! Bisogna fare attenzione a quel proverbio, che ogni tanto solca le nostre labbra e che dobbiamo colpevolizzare di una grave omissione. Esso recita così: L’uomo propone e Dio dispone, ma la sua corretta forma, invece, dovrebbe recitare: Dio inspira, l’uomo sceglie e propone secondo il suo piacere mentre Dio dispone secondo e per il suo bene (dell’uomo).

Ecco come funziona la cosa. 

Ogni uomo è libero di assumere le proprie decisioni indipendentemente da ciò che Dio gli ha ispirato[6]. Sarebbe un’ingiustizia se il Creatore ci avesse formati soltanto per essere simili a dei robot che compiono azioni le quali non sono manifestazione della loro volontà ma compimento di pensieri altrui. Altresì, considerato che l’Onnipotente non è ingiusto, possiamo benissimo dire che tutto ciò che una persona “è” si basa sulle sue decisioni e sui fondamenti che egli ha scelto e ha posto in essere. 

Detto questo, perché faremmo un torto a Francesco? Perché, se affermassimo che fin dalla nascita egli era destinato a compiere il progetto della vita quaresimale, annulleremmo tutto lo sforzo di discernimento vocazionale che egli ha fatto[7]. Dio lo ha lasciato libero di organizzare come desiderava la sua vita, tuttavia in questa libertà gli ha posto davanti un progetto ben preciso che lui liberamente ha voluto accogliere e fare suo. Queste righe potrebbero sembrare un’inutile digressione. In realtà, io credo, siano fondamentali per comprendere i “sogni di Francesco”. 

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] «In Italia ci fu un venerando Padre, chiamato Francesco di Paola […] Suo padre di chiamava Giacomo di Salicone, comunemente detto Giacomo di Martolilla. Sua madre Vienna. E benché appartenessero al secolo, vivevano tuttavia come religiosi». In un altro passo: «[I]noltre lo stesso Giacomo, si disciplinava ogni notte dinanzi alle chiese che sorgevano fuori della città di Paola e che egli visitava di notte. Non mangiava frutta; e, anche quando gli veniva qualcosa da mangiare, non la voleva ricevere, se non conosceva prima da dove venisse […]». Anonimo coevo, Vie et miracles de S. Francois de Paule Instituteur de l’Ordre des Freres Minimes (in seguito: Anonimo coevo francese), in G. Fiorini Morosini e R. Quaranta (a cura di), La vita di San Francesco di Paola raccontata dall’Anonimo discepolo contemporaneo nel testo originale francese ritrovato dal p. Rocco Benvenuto O.M., Rubbettino Soveria Mannelli 2019, 88-89.

[2] Sull’accezione di questa parola sarebbe bene soffermarsi, seppur non lo si può fare esaustivamente in questo contesto. Non intendo infatti la “predestinazione cristiana”, che ha ben altro senso e che trova luce nella Sacra Scrittura – in modo particolare nel Nuovo Testamento (Ef 1,5; Ef 1, 11; Rm 8, 28-30) – ma quel comune significato che nella quotidianità viene attribuito come “obbligatorietà” a compiere qualcosa, come a-responsabilità delle colpe derivanti dal libero arbitrio. 

[3] «Bisogna però fare attenzione: noi pensiamo che avere un destino significhi avere una trama già scritta, la trama della nostra storia. Ma questo è sbagliato: avere un destino non significa avere il viaggio spiegato, sapere come andrà questo viaggio, quali saranno le scelte di questo viaggio, che cosa ci accadrà in questo viaggio. […] Siamo noi a decidere come andrà il viaggio, siamo noi a fare le scelte». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 24-25.

[4] «Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione». CCC 302.

[5] «Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti». CCC 1730.

[6] «Noi siamo liberi, abbiamo un destino, abbiamo una destinazione, ma siamo liberi di decidere il nostro viaggio. Siamo così liberi che delle volte possiamo decidere contro il nostro destino, contro questa destinazione». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 25.

 

La luminossissima festa del Santo Natale!

San Francesco di Paola: il Natale e San Giuseppe

Nelle riflessioni che stiamo dedicando al confronto tra le figure di San Giuseppe e San Francesco di Paola (Vedi riflessioni “Come due binari: paralleli e concordi”), si dice espressamente che, “ripercorrendo un po’ tutte quelle che vengono chiamate le fonti minime, non si trova mai citato in modo diretto o indiretto il nome di San Giuseppe”. Tuttavia, si afferma anche che “possiamo trarre dalle fonti alcune piccole notizie che ci aiutano a ipotizzare che San Francesco di Paola non abbia totalmente ignorato lo Sposo di Maria”. 

Dobbiamo, adesso, colmare il debito che abbiamo contratto con queste affermazioni cercando di illustrare quali possono essere queste piccole notizie che troviamo nelle fonti minime e che ci parlano della riflessione che San Francesco di Paola ha fatto sul Natale e conseguentemente su San Giuseppe. 

Nella Regola che San Francesco di Paola lascia ai suoi frati, ci sono dei superlativi che ci esprimono qual era la considerazione che il Santo riservava al mistero del Santo Natale. Ed è proprio da questi superlativi che dobbiamo partire per cercare di investigare questo campo che ci siamo proposti. Egli, nella terza stesura della Regola ed in occasione delle indicazioni circa il digiuno che i frati devono osservare durante l’anno, scrive: «Si daranno ancora al digiuno, […] sino alla solennissima (praeclarissimam) festività del Natale, e tutti i mercoledì e venerdì del l’anno, esclusa opportunamente l’ottava delle luminosissime (clarissimis) feste della Natività del Signore degli eserciti e […]»[1].

Due indicazioni impercettibili, inserite in un contesto molto circoscritto, che mettono in luce come il Paolano vedesse il mistero dell’Incarnazione e quale risalto egli dava alle solennità ad essa collegate. Per Francesco, il mistero del Natale, unito a quello dell’Annunciazione, costituiva un prezioso fondamento alla sua spiritualità penitenziale[2].

Scrive il Morosini: «[S]e cerchiamo di capire la sua vita interiore a partire dai suoi riferimenti al mistero dell’incarnazione, ci accorgiamo che dobbiamo concludere che lui, meditando sul mistero di annientamento del Verbo incarnato ha tratto da tale mistero forza e luce per la sua scelta penitenziale»[3].

Alla luce di questo collegamento con la kenosis del Figlio di Dio, elemento indispensabile per ogni spiritualità e ben presente in quella minima, comprendiamo che: se San Francesco di Paola non può essere estruso dal contesto e dalla spiritualità penitenziale – poiché se cosi fosse lo priveremmo della sua più intima caratteristica – allo stesso modo non possiamo relegarlo al solo deserto o al solo Calvario estromettendolo dalla contemplazione del mistero Natalizio. 

La vita di Cristo, alla luce delle Scritture (Cf. Fil 2,6-11; Eb 10,5-10), è un continuo e inalterato processo penitenziale; non che Dio abbia a doversi convertire, piuttosto è un processo di educazione dell’uomo alla conversione perpetua che trova sì la sua maggiore manifestazione in alcune tappe (Natività, deserto, Passione), ma che viene vissuto in modo ininterrotto dal primo vagito nella mangiatoia di Betlemme all’ultimo grido in Croce sul Golgota. 

Ecco perché mi sento confortato nel dire che Francesco contempla Cristo nella sua interezza e facendo ciò trova nell’unione Gesù-Maria i due punti cardine attraverso cui si è potuta compiere la promessa che l’Eterno fece ad Abramo. 

«Nel mistero dell’incarnazione, secondo le indicazioni bibliche, sia dal punto di vista di Gesù (Fil 2,6-11; Eb 10,5-10) che di Maria (Lc1, 26-38), S. Francesco vede l’esemplarità della penitenza cristiana, perché coglie in tale mistero, da una parte la disponibilità di Gesù ad essere tutto del Padre e a compiere la sua volontà, dall’altra quella di Maria, che accetta la proposta, fattagli dall’angelo in nome di Dio, di essere coinvolta nella disponibilità di Gesù ad incarnarsi per salvare l’uomo, solidale, con lui in tutto»[4]. Con quest’altro estratto del P. Morosini, credo che si sia ben evidenziata l’importanza che questi due misteri principali della cristianità rivestono all’interno della spiritualità minima. Dunque è possibile fare un passo conclusivo. 

Se San Francesco tiene in tal considerazione il mistero del Natale non possiamo non sostenere che nella sua riflessione e nella sua sequela si sia ispirato anche alla figura dello Sposo di Maria che riveste un ruolo fondamentale all’interno del Mistero del Natale. 

Nulla è impossibile a Dio, soleva dire il Paolano, ma credo che siamo tutti concordi nel dire che, se il Creatore ha scelto questa particolare modalità di salvezza per l’uomo e se in esso ha tirato in ballo la presenza del Castissimo Giuseppe, allora possiamo affermare che tale figura, centralissima all’interno della tenera casa di Nazareth, non ha potuto non essere meditata ed imitata dal Paolano. 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] III RF, IX, LIII, 131-133.

[2] Cfr. G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 53.

[3] Ivi, 53.

[4] G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 55.

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 1 parte

L’obbedienza di San Giuseppe e il suo amore per Maria

Grazie all’espressione “Padre nell’Obbedienza”, Papa Francesco porta alla nostra attenzione una virtù che da sempre è un aspetto importante nella vita di San Giuseppe. 

Il Papa, infatti, ci ricorda come Giuseppe sia stato anzitutto obbediente ai quattro sogni (Cfr. Mt 1,20-21; Mt 2, 13; Mt 2, 19-20; Mt 2, 22-23) che, pian piano, gli svelarono i passi che dovette compiere per custodire il progetto di salvezza di Dio e che gli donarono il coraggio necessario ad affrontare la sua vocazione. Egli, attraverso questi sogni, rinuncia all’idea e ai programmi che aveva pensato per la propria vita chinandosi così pienamente al volere del Creatore. Ecco perché la Scrittura lo definisce come «uomo giusto» (Mt 13, 55) ovvero uomo attento all’ascolto e alla pratica della Parola di Dio.

Da quello che conosciamo grazie ai Vangeli, possiamo immaginare che San Giuseppe amava profondamente la sua sposa Maria, anche se questo non è espresso in modo esplicito. Se infatti così non fosse, se non ci fosse quest’amore di fondo, non si spiegherebbe in primo luogo il paradosso della scelta Divina di far incarnare il Figlio di Dio in una famiglia non animata dall’Amore e in secondo luogo non avrebbe senso il tormento interiore che Giuseppe dovette affrontare dopo esser venuto a conoscenza della gravidanza inaspettata di Maria, sua sposa.

Sicuramente questo tormento non è dettato soltanto dalla sua giustizia visto che la Legge Mosaica gli permetteva, senza alcun problema, il ripudio. Più che altro, questo turbamento  è dovuto alla fiducia che Giuseppe riponeva nella sua Sposa. Fiducia che lo mette in crisi: credere a Maria e alla storia che essa racconta oppure seguire la Legge dei Padri? Questo tentennare non è forse un segno d’Amore? Se togliessimo l’Amore di fondo, perderebbe senso quel: «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (Mt 1, 19). 

Non è quindi azzardato pensare che Giuseppe e Maria si amassero veramente e profondamente e che avessero un serio progetto di vita insieme. Così come non è assurdo pensare che tutto quello che riguarda l’obbedienza di Maria, intesa come qualità umana, sia attribuibile anche a Giuseppe. 

Sappiamo che a quell’epoca i matrimoni avevano una dinamica di scelta molto diversa da quella che siamo abituati a vivere adesso, tuttavia non possiamo trascurare l’ipotesi che si “pianificassero” matrimoni con alla base un feeling che potesse, in qualche modo, garantirne una durata stabile e serena. 

Giuseppe e Maria sono chiamati a ruoli diversi all’interno dello stesso progetto, sono creati in modo diverso, tuttavia condividono gli stessi principi di vita e le stesse idee di Fede. Così dice il Papa: «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani» (Patris Corde, 3).Potremmo tranquillamente dire che ci sono caratteristiche comuni all’interno della Santa Famiglia.

Ma non vorrei divagare, è opportuno tornare all’obbedienza di Giuseppe. 

Il Papa ci ricorda anche un altro aspetto dell’obbedienza di Giuseppe, quello prettamente relativo alla Legge Mosaica di cui prima accennavo nella questione del ripudio e che può tornare a far chiarezza sul concetto precedente. Infatti, entrambi i genitori di Gesù hanno dimostrato molta attenzione a quelle che erano le prescrizioni della Legge circa i riti della circoncisione o della purificazione dopo il parto o ancora dell’offerta del primogenito a Dio (Patris Corde, 3). Questo ci fa comprendere come Giuseppe – e quindi anche Maria – fossero persone dalla Fede integra, calorosa e soprattutto autentica.

Essi muovono i loro passi guidati da quelle manifestazioni soprannaturali che svelano loro i fatti prodigiosi della Salvezza, ma non si insuperbiscono per questo, anzi rimangono fedeli a quella fede che li ha resi degni – nel caso di Giuseppe – e che li ha preparati – nel caso di Maria – ad accogliere il Messia atteso dalle genti. 

Giuseppe è quindi emblema dell’obbedienza cieca ed incondizionata al progetto di Dio. A tratti obbedienza anche a ciò che non comprendeva, ma egualmente accoglieva e compiva. In altre parole è esempio di obbedienza alla vocazione che Dio istilla nel cuore dell’uomo, anche quando questa vocazione va in contraddizione con quelli che sono i nostri piani e la logica umana. In questo caso potremmo dire che il motto di San Giuseppe è: “Il progetto di Dio prima di tutto! / La Vocazione al primo posto!”.

Ma come raccordare tutto questo con la vita di San Francesco di Paola? Non mi sembra di vaneggiare quando penso di poter affermare che San Giuseppe è emblema dell’obbedienza alla vocazione donata da Dio e che San Francesco di Paola ne è il più fedele seguace e attento imitatore.

Come prima accennavo, non abbiamo strumenti diretti che ci raccontano in modo preciso l’esperienza spirituale personale di San Francesco. Ma anche se non abbiamo un racconto dei quattro sogni, così come avviene nel Vangelo per San Giuseppe, possiamo immaginare che, come per lui, anche per S. Francesco ci siano stati quattro sogni nella storia della sua vocazione. Questa convinzione si rafforza alla luce delle quattro volte in cui il Paolano ha dovuto abbandonare la propria volontà, il proprio progetto di sequela di Dio, per abbracciare un progetto più grande che gli veniva ispirato dallo Spirito Santo.  

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.

“Come due binari: paralleli e concordi”

Una serie di riflessioni su San Giuseppe e San Francesco di Paola

Con l’otto dicembre duemila ventuno si conclude uno speciale anno di riflessione sulla figura di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria e Padre putativo di Gesù. Un anno fortemente voluto da Papa Francesco per commemorare il centocinquantesimo anniversario della elevazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Universale[1]

Nel documento di indizione di quest’anno giubilare, la Lettera Apostolica Patris Corde, il Santo Padre torna a tratteggiare in modo semplice ma efficace l’importante figura di San Giuseppe che si arricchisce così di nuovi punti di vista sui quali potersi soffermare a meditare. La novità di questo documento non è tanto dogmatica, nel senso che non si aggiunge nulla in più di quanto non fosse già contenuto nella Tradizione e nella Fede della Chiesa, ma piuttosto espositiva. Il Santo Padre, infatti, ci tratteggia San Giuseppe alla luce del Vangelo e del Magistero grazie a delle “categorie” che rispecchiano i bisogni e la mentalità dell’uomo di questo tempo. 

Egli lo identifica come: Padre amato, Padre nella tenerezza, Padre nell’obbedienza, Padre nell’accoglienza, Padre dal coraggio creativo, Padre lavoratore e Padre nell’ombra

Sette “titoli” che ci permettono di riflette, nel concreto dell’esperienza dei nostri giorni, su quell’«uomo giusto» (Mt 13, 55) che fu scelto da Dio come custode del suo disegno di salvezza e come educatore e tutore, davanti agli uomini, del suo Divin Figlio.

Leggendo il testo della Lettera Apostolica Patris Corde e soffermandosi su questi sette nuovi tratti identificativi dello Sposo di Maria, un cuore minimo non può non trovare delle assonanze con il fondatore dei Minimi, San Francesco di Paola. Eppure, per chi è più attento e magari dedito alla sua storia e ai documenti che consentono di ricostruirla, c’è un qualcosa che stona, che non quadra. Infatti, ripercorrendo un po’ tutte quelle che vengono chiamate le fonti minime[2] non si trova mai citato, in modo diretto o indiretto, il nome di San Giuseppe. 

Questo potrebbe essere normale se consideriamo che il Santo Paolano non ha lasciato dei trattati spirituali ben definiti che ci raccontano la sua personale esperienza di fede. Ed altrettanto normale può sembrare se si considera che la spiritualità minima non possiede, fin dal suo principio, una struttura ben ordinata. Con ciò intendo dire che nei primi documenti che si rinvengono riguardanti l’Ordine ci si occupa, per lo più, della Regola e delle cose strettamente essenziali alla strutturazione della nascente realtà dei Minimi[3]

Tutto il bagaglio spirituale “minimitano”, che raccoglie l’esperienza di Fede del Fondatore e dei suoi primi seguaci, si è ordinato e raccolto pian piano, nei periodi successivi fino ai giorni nostri in cui si vanno aggiungendo nuovi studi che mettono in luce altrettanti nuovi aspetti di questa spiritualità ancora viva. 

Se dunque si parte da queste due considerazioni, il fatto che San Giuseppe non sia mai citato può non destare sospetto. Se invece si guarda la questione da un altro punto di vista, quello più popolare, potrebbe nascere una seria domanda: “Ma allora San Francesco di Paola non era devoto di San Giuseppe? Non lo ha considerato come esempio di Fede? Non nutriva verso di lui ammirazione?”.

Alla luce di quanto ci siamo detti, comprendiamo che non è possibile dare una risposta a questa domanda, ovvero non è possibile fare affermazioni di assoluta smentita o di perentoria conferma. Tuttavia possiamo trarre dalle fonti alcune piccole notizie che ci aiutano a ipotizzare che San Francesco di Paola non abbia totalmente ignorato lo Sposo di Maria. 

Proverò a spiegare queste piccole informazioni in un’altra riflessione[4], poiché ciò che mi preme principalmente – motivo per cui nasce questa serie di brevi riflessioni – è sottolineare come San Giuseppe e San Francesco di Paola possano essere immaginati alla stregua di due binari che corrono paralleli verso una medesima meta. Due binari paralleli che per essere percorribili devono necessariamente essere anche concordi tra loro. Ovvero entrambi devono seguire le stesse inclinazioni e le medesime curve altrimenti sarebbero impraticabili per qualsiasi mezzo; più che impraticabili, oserei dire, inutili. Ma questo non è il nostro caso. 

Non che San Francesco possa essere considerato una copia identica del Padre putativo di Gesù. Non è cosi e non potrebbe esserlo, ma piuttosto cercando bene possiamo trovare diversi punti, appena appena evidenti, che ne uniscono la vita e soprattutto l’esperienza di fede.

Possiamo immaginarli entrambi aggrappati ad un unico bastone, simbolo della fortezza ma anche della custodia, mentre guardano verso un’unica meta, il dolce Gesù, che per entrambi è stato unico motivo di vita.

Comprendo che qualcuno potrebbe essere reticente ad accettare quest’immaginazione. Come, dunque, imbastire la riflessione? La cosa non è molto complessa. Infatti, anche se San Francesco di Paola nella sua vita di fede, in base ai documenti che oggi conosciamo, non si è ispirato e riferito direttamente a San Giuseppe, grazie a questi nuovi punti di vista che Papa Francesco ci ha donato, possiamo comprendere come ci sia in entrambi un muoversi in simbiosi, un agire nello stesso modo alla sequela del progetto di Dio e alla volta dell’ascolto e compimento della Parola Divina. 

Credo sia allora opportuno domandarsi quali sono i titoli che ci possono permettere di porre queste due figure in parallelo. Dalla mia riflessione ne ho estratti cinque che penso possano essere significativi: Padre nell’obbedienza (I), Padre nell’accoglienza(II), Padre nel coraggio creativo(III), Padre nella tenerezza (IV) e Padre amato(V)

Vi auguro una buona lettura e spero che questi spunti di riflessione possano essere proficui per la propria personale devozione e crescita spirituale. 

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] San Giuseppe è stato dichiarato Patrono della Chiesa Universale, dal Beato Pio IX, con Decreto della Sacra Congregazione dei Riti (Quemadmodum Deus), del 8 Dicembre 1870. 

[2] Con “Fonti Minime” si intende la raccolta di tutti i documenti riguardanti San Francesco di Paola e la fondazione dell’Ordine dei Minimi. Ci riferiamo quindi: alle lettere e alle Regole scritte da San Francesco di Paola ma anche ai Processi per la sua canonizzazione e alle prime agiografie scritte dai suoi contemporanei. Tutti quei documenti che ci raccontano, in modo implicito ed esplicito, la nascita e i primi passi dell’Ordine dei Minimi. Un’edizione recente di queste fonti è stata curata da P. Giovanni Cozzolino o.m.: Alla sorgente del carisma di San Francesco di Paola, Edizioni Minime, Lamezia Terme 2002.

[3] Su quest’aspetto corre l’obbligo porre l’asterico poiché tali informazioni le dobbiamo riferite alle fonti minime ad oggi conosciute. Potrebbero, infatti, esserci degli altri documenti che al momento sono non conosciuti e che potrebbero mettere in luce delle altre verità più precise.

[4] Intitolata “La luminossissima festa del Natale”.


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