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20 gennaio 2022 – SOLENNITÀ DELLA MADONNA DEL MIRACOLO

180° anniversario dell‘Apparizione

SS. MESSE ORE 8, 10, 12, 16, 18

La Supplica sarà recitata in tutte le S. Messe.

ORE 17.00 – S. Rosario della Conversione, il racconto dell’Apparizione della Vergine ad Alfonso Ratisbonne

ORE 18.00 – Supplica alla Madonna del Miracolo e S. Messa presieduta da S. Em.za Rev.ma Card. Mauro Gambetti.

Il tutto sarà trasmesso in diretta sul nostro canale YouTube – Santuario Madonna del Miracolo.

LA CAPIENZA DELLA CHIESA È DI 100 POSTI, RAGGIUNTI I QUALI NON SARÀ POSSIBILE ENTRARE.

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 2 parte

Destino? No grazie. Meglio: scelta vocazionale!

Torniamo a riflettere su come San Giuseppe e San Francesco possano essere di ispirazione grazie al titolo “Padre nell’obbedienza” (Cf precedente riflessione). 

San Francesco nasce secondo modalità prodigiose, così come ci raccontano le prime agiografie scritte dai suoi discepoli contemporanei. Nasce in una famiglia che viveva ardentemente la fede; sappiamo infatti che sia Giacomo che Vienna erano ferventi credenti in Dio e che vivevano nel sano e santo timore dell’Altissimo[1]. Tuttavia non dobbiamo credere ad una predestinazione di San Francesco fin dalla sua nascita. Faremmo grave torto a Lui e a Dio se credessimo a questo. 

Ma attenzione non vorrei essere frainteso quando parlo di “predestinazione”. È opportuno fare chiarezza. Nella vita quotidiana, quando siamo a confronto con i fatti che accadono, si fa largo nelle nostre menti il concetto che siamo predestinati[2] a qualcosa, che il destino sceglie per noi e che noi siamo soltanto degli attori che, in fin dei conti, recitano un copione già scritto da qualcun altro. Chi poi è un po’ più religioso, attribuisce la scrittura di questo copione al Creatore, così che noi siamo solo esecutori di un qualcosa che non dipende pienamente da noi, ma da Dio che diventa così origine di ogni bene, ma anche causa di tutti i mali. Tutto accade necessariamente per realizzare questo disegno il cui compimento è irrefrenabile e in cui noi non abbiamo scelto nulla. Questo pensiero è quanto di più sbagliato possa esistere.

Lo possiamo affermare in modo netto e senza nessuna ambiguità: il destino – come siamo abituati comunemente  a concepirlo – non esiste[3]!!! Esiste la Provvidenza che è cosa ben diversa[4]

Questa scusa che ci siamo inventati – il destino che l’uomo incolpa fin dalla notte dei tempi delle proprie sventure – vuol essere niente di più che una panacea contro il senso di colpa che scuote la nostra coscienza ogni qual volta commettiamo qualche assurdità. 

Dio non impone mai nulla a nessuno[5]! Bisogna fare attenzione a quel proverbio, che ogni tanto solca le nostre labbra e che dobbiamo colpevolizzare di una grave omissione. Esso recita così: L’uomo propone e Dio dispone, ma la sua corretta forma, invece, dovrebbe recitare: Dio inspira, l’uomo sceglie e propone secondo il suo piacere mentre Dio dispone secondo e per il suo bene (dell’uomo).

Ecco come funziona la cosa. 

Ogni uomo è libero di assumere le proprie decisioni indipendentemente da ciò che Dio gli ha ispirato[6]. Sarebbe un’ingiustizia se il Creatore ci avesse formati soltanto per essere simili a dei robot che compiono azioni le quali non sono manifestazione della loro volontà ma compimento di pensieri altrui. Altresì, considerato che l’Onnipotente non è ingiusto, possiamo benissimo dire che tutto ciò che una persona “è” si basa sulle sue decisioni e sui fondamenti che egli ha scelto e ha posto in essere. 

Detto questo, perché faremmo un torto a Francesco? Perché, se affermassimo che fin dalla nascita egli era destinato a compiere il progetto della vita quaresimale, annulleremmo tutto lo sforzo di discernimento vocazionale che egli ha fatto[7]. Dio lo ha lasciato libero di organizzare come desiderava la sua vita, tuttavia in questa libertà gli ha posto davanti un progetto ben preciso che lui liberamente ha voluto accogliere e fare suo. Queste righe potrebbero sembrare un’inutile digressione. In realtà, io credo, siano fondamentali per comprendere i “sogni di Francesco”. 

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] «In Italia ci fu un venerando Padre, chiamato Francesco di Paola […] Suo padre di chiamava Giacomo di Salicone, comunemente detto Giacomo di Martolilla. Sua madre Vienna. E benché appartenessero al secolo, vivevano tuttavia come religiosi». In un altro passo: «[I]noltre lo stesso Giacomo, si disciplinava ogni notte dinanzi alle chiese che sorgevano fuori della città di Paola e che egli visitava di notte. Non mangiava frutta; e, anche quando gli veniva qualcosa da mangiare, non la voleva ricevere, se non conosceva prima da dove venisse […]». Anonimo coevo, Vie et miracles de S. Francois de Paule Instituteur de l’Ordre des Freres Minimes (in seguito: Anonimo coevo francese), in G. Fiorini Morosini e R. Quaranta (a cura di), La vita di San Francesco di Paola raccontata dall’Anonimo discepolo contemporaneo nel testo originale francese ritrovato dal p. Rocco Benvenuto O.M., Rubbettino Soveria Mannelli 2019, 88-89.

[2] Sull’accezione di questa parola sarebbe bene soffermarsi, seppur non lo si può fare esaustivamente in questo contesto. Non intendo infatti la “predestinazione cristiana”, che ha ben altro senso e che trova luce nella Sacra Scrittura – in modo particolare nel Nuovo Testamento (Ef 1,5; Ef 1, 11; Rm 8, 28-30) – ma quel comune significato che nella quotidianità viene attribuito come “obbligatorietà” a compiere qualcosa, come a-responsabilità delle colpe derivanti dal libero arbitrio. 

[3] «Bisogna però fare attenzione: noi pensiamo che avere un destino significhi avere una trama già scritta, la trama della nostra storia. Ma questo è sbagliato: avere un destino non significa avere il viaggio spiegato, sapere come andrà questo viaggio, quali saranno le scelte di questo viaggio, che cosa ci accadrà in questo viaggio. […] Siamo noi a decidere come andrà il viaggio, siamo noi a fare le scelte». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 24-25.

[4] «Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione». CCC 302.

[5] «Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti». CCC 1730.

[6] «Noi siamo liberi, abbiamo un destino, abbiamo una destinazione, ma siamo liberi di decidere il nostro viaggio. Siamo così liberi che delle volte possiamo decidere contro il nostro destino, contro questa destinazione». L. M. Epicoco, L’amore che decide. Due meditazioni in un tempo di indecisioni, Tau Editrice, Todi 2019, 25.

 

La luminossissima festa del Santo Natale!

San Francesco di Paola: il Natale e San Giuseppe

Nelle riflessioni che stiamo dedicando al confronto tra le figure di San Giuseppe e San Francesco di Paola (Vedi riflessioni “Come due binari: paralleli e concordi”), si dice espressamente che, “ripercorrendo un po’ tutte quelle che vengono chiamate le fonti minime, non si trova mai citato in modo diretto o indiretto il nome di San Giuseppe”. Tuttavia, si afferma anche che “possiamo trarre dalle fonti alcune piccole notizie che ci aiutano a ipotizzare che San Francesco di Paola non abbia totalmente ignorato lo Sposo di Maria”. 

Dobbiamo, adesso, colmare il debito che abbiamo contratto con queste affermazioni cercando di illustrare quali possono essere queste piccole notizie che troviamo nelle fonti minime e che ci parlano della riflessione che San Francesco di Paola ha fatto sul Natale e conseguentemente su San Giuseppe. 

Nella Regola che San Francesco di Paola lascia ai suoi frati, ci sono dei superlativi che ci esprimono qual era la considerazione che il Santo riservava al mistero del Santo Natale. Ed è proprio da questi superlativi che dobbiamo partire per cercare di investigare questo campo che ci siamo proposti. Egli, nella terza stesura della Regola ed in occasione delle indicazioni circa il digiuno che i frati devono osservare durante l’anno, scrive: «Si daranno ancora al digiuno, […] sino alla solennissima (praeclarissimam) festività del Natale, e tutti i mercoledì e venerdì del l’anno, esclusa opportunamente l’ottava delle luminosissime (clarissimis) feste della Natività del Signore degli eserciti e […]»[1].

Due indicazioni impercettibili, inserite in un contesto molto circoscritto, che mettono in luce come il Paolano vedesse il mistero dell’Incarnazione e quale risalto egli dava alle solennità ad essa collegate. Per Francesco, il mistero del Natale, unito a quello dell’Annunciazione, costituiva un prezioso fondamento alla sua spiritualità penitenziale[2].

Scrive il Morosini: «[S]e cerchiamo di capire la sua vita interiore a partire dai suoi riferimenti al mistero dell’incarnazione, ci accorgiamo che dobbiamo concludere che lui, meditando sul mistero di annientamento del Verbo incarnato ha tratto da tale mistero forza e luce per la sua scelta penitenziale»[3].

Alla luce di questo collegamento con la kenosis del Figlio di Dio, elemento indispensabile per ogni spiritualità e ben presente in quella minima, comprendiamo che: se San Francesco di Paola non può essere estruso dal contesto e dalla spiritualità penitenziale – poiché se cosi fosse lo priveremmo della sua più intima caratteristica – allo stesso modo non possiamo relegarlo al solo deserto o al solo Calvario estromettendolo dalla contemplazione del mistero Natalizio. 

La vita di Cristo, alla luce delle Scritture (Cf. Fil 2,6-11; Eb 10,5-10), è un continuo e inalterato processo penitenziale; non che Dio abbia a doversi convertire, piuttosto è un processo di educazione dell’uomo alla conversione perpetua che trova sì la sua maggiore manifestazione in alcune tappe (Natività, deserto, Passione), ma che viene vissuto in modo ininterrotto dal primo vagito nella mangiatoia di Betlemme all’ultimo grido in Croce sul Golgota. 

Ecco perché mi sento confortato nel dire che Francesco contempla Cristo nella sua interezza e facendo ciò trova nell’unione Gesù-Maria i due punti cardine attraverso cui si è potuta compiere la promessa che l’Eterno fece ad Abramo. 

«Nel mistero dell’incarnazione, secondo le indicazioni bibliche, sia dal punto di vista di Gesù (Fil 2,6-11; Eb 10,5-10) che di Maria (Lc1, 26-38), S. Francesco vede l’esemplarità della penitenza cristiana, perché coglie in tale mistero, da una parte la disponibilità di Gesù ad essere tutto del Padre e a compiere la sua volontà, dall’altra quella di Maria, che accetta la proposta, fattagli dall’angelo in nome di Dio, di essere coinvolta nella disponibilità di Gesù ad incarnarsi per salvare l’uomo, solidale, con lui in tutto»[4]. Con quest’altro estratto del P. Morosini, credo che si sia ben evidenziata l’importanza che questi due misteri principali della cristianità rivestono all’interno della spiritualità minima. Dunque è possibile fare un passo conclusivo. 

Se San Francesco tiene in tal considerazione il mistero del Natale non possiamo non sostenere che nella sua riflessione e nella sua sequela si sia ispirato anche alla figura dello Sposo di Maria che riveste un ruolo fondamentale all’interno del Mistero del Natale. 

Nulla è impossibile a Dio, soleva dire il Paolano, ma credo che siamo tutti concordi nel dire che, se il Creatore ha scelto questa particolare modalità di salvezza per l’uomo e se in esso ha tirato in ballo la presenza del Castissimo Giuseppe, allora possiamo affermare che tale figura, centralissima all’interno della tenera casa di Nazareth, non ha potuto non essere meditata ed imitata dal Paolano. 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.


[1] III RF, IX, LIII, 131-133.

[2] Cfr. G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 53.

[3] Ivi, 53.

[4] G. Fiorini Morosini, Il mistero del Natale nella spiritualità di S. Francesco di Paola, in Scritti su San Francesco di Paola, Paola 2008, 55.

PADRE NELL’OBBEDIENZA – 1 parte

L’obbedienza di San Giuseppe e il suo amore per Maria

Grazie all’espressione “Padre nell’Obbedienza”, Papa Francesco porta alla nostra attenzione una virtù che da sempre è un aspetto importante nella vita di San Giuseppe. 

Il Papa, infatti, ci ricorda come Giuseppe sia stato anzitutto obbediente ai quattro sogni (Cfr. Mt 1,20-21; Mt 2, 13; Mt 2, 19-20; Mt 2, 22-23) che, pian piano, gli svelarono i passi che dovette compiere per custodire il progetto di salvezza di Dio e che gli donarono il coraggio necessario ad affrontare la sua vocazione. Egli, attraverso questi sogni, rinuncia all’idea e ai programmi che aveva pensato per la propria vita chinandosi così pienamente al volere del Creatore. Ecco perché la Scrittura lo definisce come «uomo giusto» (Mt 13, 55) ovvero uomo attento all’ascolto e alla pratica della Parola di Dio.

Da quello che conosciamo grazie ai Vangeli, possiamo immaginare che San Giuseppe amava profondamente la sua sposa Maria, anche se questo non è espresso in modo esplicito. Se infatti così non fosse, se non ci fosse quest’amore di fondo, non si spiegherebbe in primo luogo il paradosso della scelta Divina di far incarnare il Figlio di Dio in una famiglia non animata dall’Amore e in secondo luogo non avrebbe senso il tormento interiore che Giuseppe dovette affrontare dopo esser venuto a conoscenza della gravidanza inaspettata di Maria, sua sposa.

Sicuramente questo tormento non è dettato soltanto dalla sua giustizia visto che la Legge Mosaica gli permetteva, senza alcun problema, il ripudio. Più che altro, questo turbamento  è dovuto alla fiducia che Giuseppe riponeva nella sua Sposa. Fiducia che lo mette in crisi: credere a Maria e alla storia che essa racconta oppure seguire la Legge dei Padri? Questo tentennare non è forse un segno d’Amore? Se togliessimo l’Amore di fondo, perderebbe senso quel: «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (Mt 1, 19). 

Non è quindi azzardato pensare che Giuseppe e Maria si amassero veramente e profondamente e che avessero un serio progetto di vita insieme. Così come non è assurdo pensare che tutto quello che riguarda l’obbedienza di Maria, intesa come qualità umana, sia attribuibile anche a Giuseppe. 

Sappiamo che a quell’epoca i matrimoni avevano una dinamica di scelta molto diversa da quella che siamo abituati a vivere adesso, tuttavia non possiamo trascurare l’ipotesi che si “pianificassero” matrimoni con alla base un feeling che potesse, in qualche modo, garantirne una durata stabile e serena. 

Giuseppe e Maria sono chiamati a ruoli diversi all’interno dello stesso progetto, sono creati in modo diverso, tuttavia condividono gli stessi principi di vita e le stesse idee di Fede. Così dice il Papa: «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani» (Patris Corde, 3).Potremmo tranquillamente dire che ci sono caratteristiche comuni all’interno della Santa Famiglia.

Ma non vorrei divagare, è opportuno tornare all’obbedienza di Giuseppe. 

Il Papa ci ricorda anche un altro aspetto dell’obbedienza di Giuseppe, quello prettamente relativo alla Legge Mosaica di cui prima accennavo nella questione del ripudio e che può tornare a far chiarezza sul concetto precedente. Infatti, entrambi i genitori di Gesù hanno dimostrato molta attenzione a quelle che erano le prescrizioni della Legge circa i riti della circoncisione o della purificazione dopo il parto o ancora dell’offerta del primogenito a Dio (Patris Corde, 3). Questo ci fa comprendere come Giuseppe – e quindi anche Maria – fossero persone dalla Fede integra, calorosa e soprattutto autentica.

Essi muovono i loro passi guidati da quelle manifestazioni soprannaturali che svelano loro i fatti prodigiosi della Salvezza, ma non si insuperbiscono per questo, anzi rimangono fedeli a quella fede che li ha resi degni – nel caso di Giuseppe – e che li ha preparati – nel caso di Maria – ad accogliere il Messia atteso dalle genti. 

Giuseppe è quindi emblema dell’obbedienza cieca ed incondizionata al progetto di Dio. A tratti obbedienza anche a ciò che non comprendeva, ma egualmente accoglieva e compiva. In altre parole è esempio di obbedienza alla vocazione che Dio istilla nel cuore dell’uomo, anche quando questa vocazione va in contraddizione con quelli che sono i nostri piani e la logica umana. In questo caso potremmo dire che il motto di San Giuseppe è: “Il progetto di Dio prima di tutto! / La Vocazione al primo posto!”.

Ma come raccordare tutto questo con la vita di San Francesco di Paola? Non mi sembra di vaneggiare quando penso di poter affermare che San Giuseppe è emblema dell’obbedienza alla vocazione donata da Dio e che San Francesco di Paola ne è il più fedele seguace e attento imitatore.

Come prima accennavo, non abbiamo strumenti diretti che ci raccontano in modo preciso l’esperienza spirituale personale di San Francesco. Ma anche se non abbiamo un racconto dei quattro sogni, così come avviene nel Vangelo per San Giuseppe, possiamo immaginare che, come per lui, anche per S. Francesco ci siano stati quattro sogni nella storia della sua vocazione. Questa convinzione si rafforza alla luce delle quattro volte in cui il Paolano ha dovuto abbandonare la propria volontà, il proprio progetto di sequela di Dio, per abbracciare un progetto più grande che gli veniva ispirato dallo Spirito Santo.  

[Continua…] 

Fr. Fabrizio M. Formisano o.m.

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